Sfaccettature, Luci e Riflessi

Percorsi a "passo d'uomo"

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"No, non siamo fatti di parole: la carne e il sangue non sono pagine. Noi non abbiamo una storia, nè raccontiamo una storia, ma siamo posseduti da una storia che ci racconta. [...] Ci sono storie che ci raccontiamo per tutta la vita. Queste storie, vertebre di parole, sostengono le nostre menti, ci sorreggono, aiutandoci a stare in piedi, se non dritti, quantomeno soltanto un po' curvi." (Nomi Eve, Il frutteto di famiglia)

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sabato, 23 febbraio 2008

Epica del quotidiano

La cronaca poema di Alessandro Peregalli


 


 


 


 


 


 


 


 


 


Di Claudio Risé


Da Liberal, ottobre-novembre 2003


 


Negli anni 1970-1990, analista e formatore di preciso e selezionato seguito, in campo junghiano, fu a Milano Alessandro Peregalli, di cui l’opera poetica.


Il cenacolo psicoanalitico di Peregalli, nella sua bella casa di via della Passione, fu frequentato da personalità variegate che poi lasciarono, in modo diverso, tracce significative nel campo psicologico, da Cesare Viviani alla psicoterapeuta Giulia Valerio, alla scrittrice e sandplay therapist Ilaria Rattazzi, a tanti altri. Ed è significativo che a proporne l’opera poetica sia Il Saggiatore, la casa editrice che riprende il nome della rivista e del gruppo letterario italiano in cui più rilevante era la curiosità psicoanalitica, durante il peraltro poco attento periodo fascista, proprio negli anni della giovinezza di Peregalli (nato nel 1923). Formatosi come analista con Silvia Montefoschi, una delle principali personalità del campo junghiano, a sua volta allieva di Ernst Bernhard, Peregalli portò nel lavoro psicologico tutta la sua intuizione poetica (che secondo l’epistemologo Gaston Bachelard è all’origine delle scoperte più durature).


Intellettuale tipicamente milanese, Peregalli non si sottrasse alle prove pratiche, lontane da psiche e poesia. E, così come Gadda affrontò l’ingegneria, Peregalli affrontò la Banca, la «Commerciale». A quel periodo si riferisce la parte centrale di questo volume: La cronaca. Poema bancario. «Come una tomba in mezzo al giardino, così sta la mia banca in mezzo alla città»: c’è il dolore dell’«impiegato piegato», ma anche la visione, sognante e beffarda insieme; «Ma dal soffitto scende smorzato e dolce il frullo d’ale /dei cori angelici della Direzione Centrale./ Là è il Paradiso! Sopra folgori rosse…». La prima parte del volume contiene invece le sue prime poesie, dove compaiono i temi di quello che Jung chiamò il «processo di individuazione»: l’amore, il dolore, la vita e la morte, il problema religioso. Nell’ultima parte invece, L’Anima, successiva alla morte della madre (figura importantissima, come in Gadda), irrompe un incontro con una nuova «anima», un inedito e più personale aspetto femminile, che ridà slancio e passione a tutta la visione del mondo dell’autore. Documento letterario importante e forte, di questo ha scritto Pontiggia nella sua prefazione: “Il poema "La cronaca" è un trittico. Ed è la summa poetica dell'autore dal 1939 al 1982. È un poema complesso, cosmologico, filosofico, satirico e amoroso. Parla dunque di dei, della guerra, dei suoi orrori e della sua cupa grandezza, parla di amore, dell'orrifica monotonia del quotidiano, parla della morte. Le tre parti di cui è composto, "Il CAMMINO", "La CRONACA", "L'ANIMA", possono essere lette separatamente, ma fanno parte di un disegno unitario che il poeta ha perseguito fino alla sua morte.”.


La cronaca è tuttavia anche, ed è in quest’ottica che ve lo propongo, un documento di come uno psicoanalista possa lavorare creativamente con le proprie emozioni e visioni, traendone poi materia per un rapporto più ricco, profondo e forte, con l’altro, che a lui si rivolge. Se l’analista è anche poeta, la terapia, oltre alle parole, può contare su ali. Che servono sempre.


 


Alessandro Peregalli, La cronaca - Poema, 1939-1982, il Saggiatore


 

venerdì, 29 giugno 2007

L'eredità di Oriana Fallaci

Oriana da un anno ci ha lasciato, il suo credo no


"La liberta, l'unica ideologia che per Oriana aveva un senso"









Oggi Oriana Fallaci avrebbe compiuto settantasette anni, ma questo è il suo primo compleanno senza di lei, e non mi sembra vero. La donna che seppe erigere in ogni suo libro un monumento alla vita ora tace nel silenzio irreale della morte, accanto ai suoi familiari nella tomba che si scelse con scrupolo certosino nel cimitero agli Allori, tra il Galluzzo e Firenze. E il suo silenzio è il più irreale e assoluto, come assoluto fu il suo amore per la vita. "La morte è uno spreco" - diceva - ed era convinta che la partita a scacchi con la Signora nera, quella del Settimo sigillo, fosse un partita truccata, perché si nasce per morire e dopo la morte c'è il nulla. Già, Oriana non si è mai convertita alla fede, neppure quando il suo crepuscolo declinava nell'ultima notte del tempo, anche se per scrutare l'estremo raggio di sole volle una finestra aperta sul Cupolone del Duomo dopo aver stretto le mani a monsignor Fisichella, vescovo di Santa Romana Chiesa. Che poi, il giorno del funerale, fece risuonare per lei tutte le campane della Firenze ingrata. Nessuno scrittore del Novecento, tranne forse Canetti, ha saputo descrivere come Oriana, in modo così limpido e crudo, lo scontro eterno tra la vita e la morte. Una lotta apparentemente impari, a cui però la "Lettera a un bambino mai nato" riuscì a dare un epilogo sorprendente. Questo: "Ora muoio anch'io. Ma non conta. Perché la vita non muore". Sì, la vita non muore perché chi se ne va lascia tracce indelebili, e Oriana dunque c'è ancora con i suoi scritti, con la travolgente passione, con la testimonianza appassionata di un'esistenza trascorsa nelle trincee di guerra e dentro un fortilizio di solitudine che è stato la sua forza e la sua disperazione.


Oriana si sentiva incompresa, nonostante i milioni di libri venduti, e questo la feriva, allo stesso modo in cui sentiva come frecce conficcate nella carne i luoghi comuni che le avevano cucito addosso. "Quella che si compiace di andare al ristorante con l'elmetto. Che tremenda idiozia!". Lei ha sempre detestato le guerre, ma le guerre purtroppo fanno la storia, e da cronista della storia ha voluto "vivere la storia nel momento stesso in cui la storia si svolge". E poi, "si è sempre attratti da ciò che si odia. Forse per odiarlo di più?". Ma quando ti dichiarano guerra, non puoi porgere l'altra guancia, non devi far finta di nulla, e il nuovo millennio ci ha portato un'altra guerra, che l'Europa adagiata nella bambagia della libertà rifiuta di vedere e di affrontare per quello che è. Una guerra, appunto, anche se asimmetrica e dunque senza eserciti in campo. Ma il teatro siamo noi, le nostre città e le nostre strade, la stazione di Madrid e la metropolitana di Londra, il parco di Amsterdam dove sgozzarono Van Gogh e le banlieues di Parigi in rivolta. In gioco c'è proprio la libertà, l'unica ideologia che per Oriana aveva un senso, la libertà perduta in Francia dal professor Redeker, costretto alla clandestinità solo per aver scritto su "Le Figaro" un articolo contro l'Islam. La libertà che forse stiamo tutti smarrendo senza rendercene conto, proprio come il glaucoma uccide l'occhio, in modo progressivo e subdolo, mangiando ogni giorno un frammento di campo visivo. Senza sintomi e senza dolore.


La Fallaci se n'è andata lasciandoci questo testamento, un lucido e disperato manifesto: "L'Occidente ama la vita, l'Islam la morte". Chamberlain e Daladier speravano di difendere la vita dei loro Paesi siglando il trattato di Monaco con Hitler, ma lasciarono via libera allo spietato fuhrer della morte, condannando l'Europa alla catastrofe nazista. E perché quel paludoso spirito di Monaco continua ad aleggiare sul Vecchio Continente, a settant'anni di distanza, ora che gli integralisti islamici, eredi diretti delle camicie brune, minacciano di nuovo la nostra libertà? Oriana era tormentata da questa domanda disperante, e non trovava risposte. Sarà la storia a dare il suo verdetto senza appello, e c'è solo da sperare che Cassandra avesse torto, anche se i fatti per ora le stanno dando ragione. Non sono forse bastate alcune vignette "blasfeme" uscite su una sconosciuta rivista danese per scatenare l'inferno islamico, per bruciare chiese, per uccidere cristiani? O che il papa citasse a Ratisbona un dialogo fra il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo con un persiano su Cristianesimo e Islam e sulla necessità di non diffondere la fede con la spada per suscitare lo sdegno e la rivolta dei Paesi islamici cosiddetti moderati? Ci si ostina a non capire, insomma, che è in atto un movimento epocale, per cui le avanguardie islamiche hanno trasformato una fede in Dio in una ideologia tesa a imporre un potere teocratico e totalitario su tutti gli "infedeli". E non è rinnegando le nostre radici e la nostra cività, immergendoci nella melassa del relativismo, che salveremo l'anima e la pelle.


"Gli islamici ci detestano perché non crediamo più a nulla", mi disse una volta Oriana. E in Islam, infatti, Oriana è sempre stata rispettata, dopo la sfida del burqa strappato davanti a Khomeini. Le donne, che sono l'ultima speranza di emancipazione dell'Islam, fotocopiano clandestinamente i suoi libri, i giornali hanno dato in prima pagina la notizia della morte. Il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi ha detto di lei: "Tra i miei autori preferiti c'è Oriana Fallaci, in Iran è molto famosa e credo che "Un uomo" sia il più bel libro che ho letto". Un giudizio sorprendente? "No, è talmente brava che merita rispetto".


PS: Tre anni fa, il 29 giugno del 2004, Oriana volle che la accompagnassi in Versilia per festeggiare - parole testuali - "il suo ultimo compleanno". Fu categorica, e come sempre non ammise repliche. L'alieno avanzava inesorabilmente dentro di lei, stava cominciando la battaglia finale, ma sono certo che quella "certezza" esplicitata era solo una scaramanzia, un arcano espediente per rinviare l'appuntamento con la morte. Fu felicissima e vitale, infatti, in quei giorni di inizio estate, accompagnata dai fedeli carabinieri della scorta che trattava come figli, con materna bonomia. Ed è quella l'Oriana che voglio ricordare oggi che non c'è più, nel giorno del primo compleanno senza di lei. Una terribile, affettuosa amica. E un bardo al servizio della libertà.


Da: L'Occidentale, 29 giugno 2007


Riccardo Mazzoni è direttore del Il Giornale di Toscana












MOSTRA SU ORIANA FALLACI A NEW YORK

RACCONTA LA SUA AMERICA

di Alessandra Baldini

NEW YORK - "Domani salirò sull'Empire State Building, ascensori permettendo: questi ascensori ti portano in mezzo minuto a 50 piani e quando si fermano sembrano aerei che decollano": da una New York torrida come oggi, Oriana Fallaci scrive alla famiglia a Firenze. E' il luglio 1956, la giovane giornalista italiana è ai suoi esordi nella Grande Mela per l'Europeo occupandosi di costume e di divi. L'anno è quello dei 'Sette peccati di Hollywood', il primo dei suoi molti libri. La cartolina, che raffigura il Rockefeller Center e una Midtown ancora con pochi grattacieli, è uno dei circa cento pezzi della mostra 'La mia America' all'Istituto Italiano di Cultura, una antologia di oggetti personali, strumenti di lavoro (la Olivetti lettera 22), appunti, fotografie, bozzetti inaugurata oggi dal ministro della Cultura Francesco Rutelli.



E' una piccola esposizione, organizzata dal ministero in collaborazione con la Rcs libri, che precede la giornata di studio e testimonianza di domani alla New York Public Library sul rapporto tra la Fallaci e il paese che considerava ben più di una patria di adozione: "L'America è un'amante o meglio un marito, al quale sarò sempre fedele", amava dire l'autrice di Lettera a un Bambino Mai Nato, Un Uomo e Inshallah. Edoardo Perazzi, il nipote della scrittrice che l'anno scorso la venne a prendere a New York per l'ultimo viaggio verso Firenze alla vigilia della morte, racconta che è stato Rutelli a volere fortemente l'iniziativa. "Subito dopo la morte della zia, mi chiamò e non era la solita telefonata di condoglianza ma per farci sapere che l'Italia e lui come ministro della Cultura sentiva il dovere di celebrare Oriana Fallaci". E' nato così un pacchetto di eventi a un anno dalla morte che nel prossimo autunno porteranno il ricordo della Fallaci a Milano e a Roma ma che ha New York, la sua ultima città, come punto di partenza: un avvio che simbolicamente coincide domani con il giorno in cui la scrittrice avrebbe compiuto 78 anni. Una parte importante della mostra riguarda il Vietnam: tra gli oggetti esposti c'é la borraccia e l'elmetto camouflage con scritto sopra il nome dell'inviata dell'Europeo e quello del villaggio di Dak To, al centro di un celebre reportage del 1968. Ci sono i cimeli legati all'amicizia con gli astronauti della Nasa, tra cui il tesserino e la spilla del club goliardico dei Turtles, in cui la giornalista era stata - unica donna - invitata a entrare, e la foto di sua madre Tosca con la piccola Oriana portata in orbita sul modulo di comando dell'Apollo XII dall'amico Pete Conrad restituita con la dedica: 'Cara Tosca, abbiamo portato questa foto sulla Luna, 24 novembre, 1969''.



C'é la Fallaci grande intervistatrice, rievocata dagli articoli originali - lo scià di Persia, Golda Meir, Gheddafi, Yasser Arafat - e dalla minuta del colloquio con Ariel Sharon. Del celebre faccia a faccia con Henry Kissinger nel gennaio 1973, c'é anche il telegramma dello statista in cui lui smentisce di averle detto quello che aveva detto. La mostra - spiega Perazzi - dà l'occasione per raccontare "la coerenza della Fallaci", correggendo la percezione distorta che la polemista della trilogia di la Rabbia e l'Orgogliò fosse una donna profondamente mutata dopo l'11 settembre: "Lei è stata sempre così tutta la vita, si è sempre occupata di Medioriente e di Islam. Quando arrivò il World Trade Center era scomparsa dal mondo per dieci anni, stava scrivendo il romanzo ancora inedito sulla storia della nostra famiglia, ma cominciò a parlare di 11 settembre basandosi sulla su esperienza. Era preparata". 


Da: ANSA.it 28/6/2007




Dalla Toscana a New York per ricordare Oriana Fallaci


(AGI) - Firenze, 26 giu. - Anche la Toscana, attraverso la testimonianza del presidente del Consiglio regionale, Riccardo Nencini partecipa alle iniziative americane in memoria di Oriana Fallaci. Il presidente Nencini il 29 giugno, data di nascita di Oriana (1929), si rechera', infatti, a New York per intervenire alla giornata di studio "Ricordiamo Oriana Fallaci", prima tappa di altri eventi commemorativi che si terranno in autunno a Milano, Roma e Firenze. Nencini portera' la sua testimonianza insieme a quelle di giornalisti, scrittori e personaggi del calibro di Cristiane Amanpour, Lucia Annunziata, Jean Louis Arnaud, Alessandro Cannavo', Furio Colombo, Ferruccio De Bortoli, Philippe Franchini, Gino Nebiolo, Francois Pelou, Edoardo Perazzi, Daniele Protti, Gianni Riotta, Carlo Rossella, Isabella Rossellini, Nan A.

  Talese, Barbara Walters. Nel febbraio 2006, il presidente Nencini fu protagonista dell'unico riconoscimento istituzionale pubblico alla Fallaci, una medaglia d'oro, nella sua ultima apparizione prima di morire. L'altro appuntamento americano in ricordo della grande scrittrice, la mostra documentaria, si inaugura il 28 giugno all'Istituto italiano di cultura di New York. New York, dove Oriana Fallaci ha vissuto per 20 anni fino alla vigilia della morte il 15 settembre 2006, e' stata scelta per sottolineare il ruolo che questa citta' ha avuto nel percorso della scrittrice: "Sono molto vicina all'America.

  Litigo spesso con lei, spesso la rimprovero, eppure le sono profondamente legata. L'America e' un'amante o meglio un marito, al quale saro' sempre fedele".


Da: AGI News on  






postato da: Prisma2002 alle ore 13:13 | link | commenti (7)
categorie: personalità, viandante