Sfaccettature, Luci e Riflessi

Percorsi a "passo d'uomo"

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"No, non siamo fatti di parole: la carne e il sangue non sono pagine. Noi non abbiamo una storia, nè raccontiamo una storia, ma siamo posseduti da una storia che ci racconta. [...] Ci sono storie che ci raccontiamo per tutta la vita. Queste storie, vertebre di parole, sostengono le nostre menti, ci sorreggono, aiutandoci a stare in piedi, se non dritti, quantomeno soltanto un po' curvi." (Nomi Eve, Il frutteto di famiglia)

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domenica, 19 luglio 2009

Parole libere.. per l'oggi.. per il terzo settore..

161



















Ieri, mentre riordinavo la casa, ho trovato su un vecchio numero del giornale "Vita" una lettera di don Carlo Gnocchi a Mariuccia Meda, una delle sue più strette collaboratrici.

La lascio qui perchè... mi risuona dentro..  per la passione.. libera e sofferta..  del suo pensare e agire.. 



"Cara Mariuccia, è una sera molto triste questa, che mi fa sentire la nuova condizione in cui mi sono venuto a trovare, ormai totalmente, dopo la tua, pur necessaria, prevista e felice (per la bella ragione che l'ha provocata), assenza dal lavoro di questa nostra Opera che tu hai visto nascere. Ho avuto, per varie ragioni ed occasioni, oggi come non mai, la sensazione della mia solitudine spirituale e ne ho molto sofferto; come del resto da tempo ormai mi capita, senza rimedio. Ed ho sentito il bisogno, la debolezza, se vuoi, di scrivertelo. Almeno perché tu comprendessi anche meglio, a tua soddisfazione e premio, la bellezza e l'importanza dell'opera che tu hai compiuto accanto a me in questi anni.

La ragione vera ed intima della mia tristezza, quella che da tempo forse influisce sul mio carattere e sul mio lavoro, è questa, anche se non facile a dirsi: Quella di non sentirmi più circondato dalla poesia della carità e dall'ideale del fare il bene per il bene, in quelli che ora sono diventati i miei collaboratori. Ho degli "impiegati" intorno a me; distaccati dal lavoro cui attendono; che non hanno l'angoscia di economizzare il tempo, il gusto del sacrificio, che "calcolano" la loro prestazione, che fanno sentire quanto danno più del dovuto, che non si interessano, per goderne o soffrirne, delle sorti buone o tristi dell'istituzione, che non hanno progetti, disegni, critiche da fare ma si accontentano di eseguire; e insomma non lavorano con me e come me, ma accanto a me.

Quando nacque la nostra Opera era una cosa ben diversa, tu ricordi. Era una cosa di tutti e di ciascuno. Eravamo, tu, la Bertolini, il Dr. Bodini, la Wenner. Ed abbiamo fatto, per questo spirito, un lavoro veramente prodigioso per mole e rapidità. Quando io guardo l'archivio con tutte le migliaia di carte, mi stupisco di come abbia potuto scrivere tanta roba e trattare tante pratiche. In una qualunque azienda commerciale ci sarebbero voluti decine di impiegati! Come abbiamo potuto mettere in piedi le Case di Milano, Pessano, Genova, Parma, Roma, Torino, da soli, fare gli acquisti, spedire la roba, dirigere i lavori, organizzare le cerimonie, trovare il personale, indire iniziative colossali quali l'Angelo dei bimbi, la Catena della felicità, le raccolte di fondi, trovare gli amici, i fondi ecc. ecc.? È una cosa che solo si spiega con la Divina Provvidenza, per quanto riguarda la parte di Dio, e con la nostra passione, per quanto riguarda la parte degli uomini.

Nessuno badava al tempo, al sacrificio, faceva distinzione di compiti o di doveri, e ciascuno faceva, a turno ed opportunità, il dattilografo, l'archivista, il fattorino, il facchino, l'autista, la personalità, il meccanico, il portalettere, il correttore di bozze, l'autore ecc. ecc.

Questa era la poesia che ora, come tu sai, è morta, per dar luogo alle burocrazia. In minuscolo, se vuoi, ma sempre burocrazia. Che non vuol dire carte e pratiche (ce n'era tanta anche allora di carta) ma disinteresse e distacco da quello che si tratta.

Non vorrei che queste mie parole ti rattristassero però. Se te le ho scritte è unicamente perché tu senta tutta la poesia del lavoro che hai fatto e che resterà nella tua vita come un caro e consolante ricordo e comprenda, nella sua verità, anche qualche resistenza che io ho fatto alla tua partenza dalla Federazione. Mi pareva che, andandotene tu, partisse l'ultimo testimone di quell'atmosfera che abbiamo vissuto per cinque anni, fatta di santa febbre di lavoro, di speranze e di arrabbiature, di progetti e di scoperte, di gioie e anche di delusioni, fatta soprattutto di contatto vero con i Mutilatini, con veri e cari Amici della causa, e di pieno affiatamento con noi stessi.

L'unica consolazione di questo sacrificio è di vedere ora la tua serenità e la tua gioia per l'affetto che ti dà Gianfranco. Ti assicuro Mariuccia.

Scusami lo sfogo. Tu sai che è la prima volta che ti scrivo queste cose e in questo tono di confidenza. Ma, a parte che ne sentivo io il bisogno e forse la debolezza, tu stessa è bene che comprenda appieno don Carlo e la sua pena odierna. Almeno per pregare più affettuosamente per lui e per apprezzare nella sua realtà il bene che gli hai fatto.

Riposati e sii serena nel Signore. Con affetto

Don Carlo"

giovedì, 20 marzo 2008

Una “passione”: Pier Paolo Pasolini

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Pier Paolo Pasolini: …  la voce di chi “è stato lasciato solo a cercare il Signore”.


 


Testo di Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose,  scritto pochi giorni dopo il tragico 2 novembre 1975. Il testo era destinato alla pubblicazione, ma alcuni disguidi la impedirono. E’ stato presentato in occasione del trentesimo anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini.


 


"Quando queste righe frettolose saranno pubblicate, per molti forse la morte di Pier Paolo Pasolini sarà già uno sbiadito episodio della cronaca. Anche questo fa parte della capacità digestiva, senza memoria morale di questa generazione “perversa e malvagia”, di questa società neocapitalista avanzata che Pasolini aveva, soprattutto in questi ultimi mesi, denunciato senza strategie, senza linguaggi usurati ma con forza profetica. Pier Paolo Pasolini era un uomo laico ma anche, come amava definirsi, profondamente “religioso e umanista”. Dico questo per la conoscenza personale che avevo di lui, incontrato ad Assisi nel lontano 1963 quando con la sua enorme forza poetica cercava di cantare la vicenda evangelica di Cristo. Egli diceva allora: “Io non credo che Cristo sia Figlio di Dio perché non sono credente almeno nella coscienza, ma credo che Cristo sia divino: credo cioè che in lui l’umanità sia così alta, così rigorosa ed ideale da andare al di là dei comuni termini dell’umanità”.


Ora è stato ucciso come uno dei tanti “cristi” da lui descritti nei suoi romanzi e nei suoi film: e anche in questo la sua morte è significante e non può essere letta come un incidente. Egli che era un “altro” stava con “gli altri”, senza menzogna, senza ipocrisia, e ricercava in ogni situazione, quasi inseguendola, una radicale purità in cui la dimensione umana personalistica e quella politica erano sempre presenti. Osteggiato, perseguitato, denigrato solo per il fatto di vivere nel reale e di denunciare coraggiosamente ciò che dispiace ai benpensanti e alle coscienze serve della norma, ha sempre mantenuto atteggiamenti di indifeso e di puro senza atteggiarsi a vittima e senza attaccare i nemici con severità ed altezzosità. Anche quando è stato attaccato dagli organi ufficiali della chiesa – questa presenza storica a lui così prossima e alla quale ha dedicato alcuni tra i suoi più schietti e profetici “scritti corsari” –, egli non ha replicato ma si è limitato ad annotare: “Cristo del resto non ha mai messo in condizione la ‘pecora nera’ (o smarrita) di dover replicare”.


Certamente (e non credo di avere uno spirito annessionista) Pier Paolo Pasolini era un cristiano anonimo, uno di quelli che hanno cercato una parola di radicale carità oltre che di fede dalla chiesa e non l’hanno trovata. Molti penseranno per autogiustificarsi alla sua vita personale, vita di cui la morte è l’epifania, e così negheranno ogni possibile autorevolezza a ciò che egli chiedeva ai cristiani o alla chiesa: ma così facendo attirano su di loro una condanna ancor più grave di quella causata dall’incomprensione: la condanna di chi diceva: “misericordia voglio, non gesti di culto”. Pier Paolo Pasolini ha conosciuto l’uomo nella sua qualità di “accattone”, che è quella più vera perché tutti anche nel male cerchiamo questa immagine divina così nascosta e sfigurata ma che costituisce la causa della nostra comune ricerca di amore e di giustizia.


Di fronte al nuovo potere consumistico che è “completamente irreligioso, totalitario, violento, corruttore, degradante” egli richiedeva un rifiuto radicale da parte della chiesa, e in questo rifiuto egli vedeva profeticamente il suo riapparire guida grandiosa ma non autoritaria di tutti gli uomini impegnati nella ricerca della liberazione da ogni potere. Il messaggio dello scrittore-regista è tutt’uno col messaggio della sua vita, perché ciò che egli ci ha detto l’ha vissuto in questa solidarietà spinta all’estremo con gli uomini quotidiani del nostro oggi di cui egli è stato vittima.


Come uomo e come cristiano sento con la sua scomparsa che la mia capacità di ascolto è privata di una voce certamente anticonformista e scomoda ma anche libera e pura: la voce di chi “è stato lasciato solo a cercare il Signore”.


Ed infine due parole ancora: a quanti sono scandalizzati della sua vicenda personale occorre ricordare che violando il mistero che circonda l’uomo Pier Paolo o addirittura denigrandolo essi violano e denigrano se stessi, e che Pasolini dicendo, da poeta e artista qual era, che Cristo era divino diceva molto di più di quanti senza compromettersi con l’uomo della strada ne fanno una confessione di fede teologicamente completa."


 

postato da: Prisma2002 alle ore 15:22 | link | commenti (3)
categorie: passione, solitudine