Sfaccettature, Luci e Riflessi

Percorsi a "passo d'uomo"

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"No, non siamo fatti di parole: la carne e il sangue non sono pagine. Noi non abbiamo una storia, nè raccontiamo una storia, ma siamo posseduti da una storia che ci racconta. [...] Ci sono storie che ci raccontiamo per tutta la vita. Queste storie, vertebre di parole, sostengono le nostre menti, ci sorreggono, aiutandoci a stare in piedi, se non dritti, quantomeno soltanto un po' curvi." (Nomi Eve, Il frutteto di famiglia)

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martedì, 27 gennaio 2009

Noi di Auschwitz «Jawohl, il sì degli schiavi. E intorno il deserto»

immoloccadaveri


































"Se il mondo potesse essere convinto che Auschwitz non è esistito, costruirne un secondo sarebbe più facile e nulla assicura che divorerebbe solo ebrei". Primo Levi


 




...


22 gennaio: Le nostre patate sono finite.Dagiorni circolava per le baracche la voce che un enorme deposito sotterraneo di patate fosse nascosto da qualche parte, fuori del filo spinato, non lontano dal campo; ora qualche pioniere ignorato deve averlo rintracciato. (Passi, rumore di pale e di carriole al vento). Un tratto del recinto di filo spinato è stato abbattuto a colpi di pala, e una doppia processione di miserabili esce ed entra dalla apertura. (...)


Narratore: Ed anche la fame stava per finire: il deposito di patate era enorme, ce n’era per tutti… Nessuno sarebbe più morto di fame (pausa).


25 gennaio: Nessuno sarebbe più morto di fame: ma la morte continuava a mietere. La debolezza di tutti era estrema: nel campo nessun ammalato guariva, molti invece si ammalavano di polmonite e di dissenteria. Non c’erano medici né medicine: i malati e gli esauriti, che non erano in grado di muoversi, giacevano torpidi nelle loro cuccette, paralizzati dal freddo, e nessuno si accorgeva di quando morivano. Per la prima volta la morte è entrata nella nostra camera. È stata la volta di Somogyi: un ungherese di cinquant’anni, alto, magro e taciturno. Era ammalato insieme di tifo e di scarlattina. Da forse cinque giorni non parlava. Ha aperto bocca oggi, e ha detto con voce ferma:


Somogyi: Ho una razione di pane sotto il saccone. Dividete voi tre. Io mangerò mai più.


Narratore: Non abbiamo trovato nulla da rispondergli, ma non abbiamo toccato il pane. Finché ha avuto coscienza è rimasto chiuso in un silenzio aspro. Ma la sera e per tutta la notte, e per due giorni senza interruzione, il suo silenzio è stato sciolto dal delirio.


Somogyi: Jawohl..., Jawohl..., Jawohl...


Narratore: Jawohl, il Sì degli schiavi, la parola dell’obbedienza e della remissione. La sua voce è sommessa, è estenuata, eppure sembra che passi le pareti del tetto, che gridi al cielo.


Seguendo un ultimo interminabile sogno di schiavitù, Somogyi ha continuato a dire Jawohl finché ha avuto fiato: regolare e costante come una macchina, Jawohl ad ogni tensione di respiro, ad ogni abbassamento della povera rastrelliera delle costole. Jawohl, migliaia di volte, tanto da far venire voglia di scuoterlo, di svegliarlo, di soffocarlo. Non ho mai capito come allora quanto sia laboriosa la morte di un uomo. (Silenzio per qualche secondo, si sente soltanto il Jawohl di Somogyi) Fuori adesso c’è un grande silenzio. La pianura intorno al campo è deserta e rigida, bianca a perdita d’occhio, mortalmente triste. Il numero dei corvi è molto aumentato e tutti sanno perché


26 gennaio: Siamo soli, abbandonati in un universo di morti e di larve. L’ultima traccia di civiltà è sparita intorno a noi e dentro di noi. L’opera di bestializzazione intrapresa dai tedeschi trionfanti, è stata portata a compimento dai tedeschi disfatti. È uomo chi uccide, è uomo chi commette o subisce ingiustizia: non è uomo chi ha perso ogni ritegno, e divide il suo letto con un cadavere. Chi ha atteso che il suo vicino finisse di morire per togliergli un quarto di pane, può essere innocente, ma è segnato, è condannato, è maledetto. È più lontano dal modello dell’uomo pensante, che un sadico atroce e rozzo pigmeo. (Silenzio, si sente adesso in primo piano il Jawohl di Somogyi. È morente e la sua voce è un rantolo) Erano questi i nostri pensieri, alla vigilia della libertà. Soltanto Somogyi si accaniva a confermare alla morte la sua dedizione. (…) Misono svegliato di soprassalto: Somogyi taceva, aveva finito. Con l’ultimo sussulto di vita si è gettato a terra dalla cuccetta: ho udito l’urto delle ginocchia, delle anche, delle spalle e del corpo.


27 gennaio: L’alba. Sul pavimento, l’infame tumulto di membra stecchite, la cosa Somogyi. Non possiamo portarlo via. Ci sono lavori più urgenti, non ci si può lavare, non possiamo toccarlo che dopo di aver cucinato e mangiato. I vivi sono più esigenti. I morti possono aspettare. Ci siamo messi al lavoro come tutti i giorni. Abbiamo preparato la zuppa, abbiamo rifatto i letti dei malati, poi ci siamo accinti a quell’altro triste lavoro. (Rumore di stoviglie ecc. Poi si sente un mormorio crescente, lontano e poi vicino che si muta infine in grida di gioia e acclamazioni) I russi sono arrivati mentre Charles e io portavamo Somogyi poco lontano. Lo abbiamo caricato su di una barella: era spaventosamente leggero. Abbiamo rovesciato la barella sulla neve grigia mentre sulla strada passavano le avanguardie russe a cavallo. (...)


Narratore: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti. A me dispiacque di non avere il berretto.


Inedito di Primo Levi







 





postato da: Prisma2002 alle ore 09:49 | link | commenti (6)
categorie: memoria, crimini
mercoledì, 27 agosto 2008

Solzenicyn, una lezione da non liquidare - di Riccardo Bonacina

RUSSIA_-_solzhenitsyn


 


 


 


 


 


 


 





Leggo oggi sul settimanale “Vita” questo articolo di Riccardo Bonacina. Lo lascio qui. 


 


No, scusatemi, ma non si può archiviare la scomparsa di Solzenicyn con riflessioni storico-letterarie e come l’ennesima occasione di polemica politica sugli imbarazzati silenzi, o le frasi di circostanza, della sinistra nostrana che ha perso l’ennesima occasione per riflettere sul suo passato e sul suo futuro. È impressionante per chi come me è stato all’estero nelle scorse settimane vedere la differenza tra come la stampa italiana ha parlato di Solzenicyn dopo la sua morte il 3 agosto scorso, e come sia stata invece trattata sulla stampa estera. E non solo in Francia, dove uscì, a Parigi, per la prima volta, nel 1973, Arcipelago Gulag, ma anche in Gran Bretagna o negli Usa.


Aleksandr Isaevic Solzenicyn non solo ci svelò i gulag e gli orrori del socialismo reale, ma riuscì a nominare la malattia che sta all’origine di ogni totalitarismo, feroce o dolce che sia. E lo fece dal profondo di una prigione scrivendo su fogli nascosti sotto terra o da affidare a improbabili messaggeri, lo fece incidendo le parole sulla corteccia di betulla. Lo fece poi dimenticato in un bosco del Vermont in esilio. Ci insegnò quale sia lo spazio della libertà e della responsabilità personale rispetto ad ogni ideologia, sia quella comunista che quella consumista. La sua è una lezione da non liquidare per capire di più cosa sta succendo in Russia e cosa sta succedendo a noi, perciò vi propongo tre sue pagine.


Aleksandr SOLZENICYN, Arcipelago Gulag, vol. 1)


Per fare del male l’uomo deve prima sentirlo come bene o come una legittima, assennata azione. La natura dell’uomo è, per fortuna, tale che egli sente il bisogno di cercare una GIUSTIFICAZIONE delle proprie azioni. Le giustificazioni di Macbeth erano fragili e il rimorso lo uccise. Ma anche Jago è un agnellino: la fantasia e le forze spirituali dei malvagi shakespeariani si limitavano a una decina di cadaveri: perchè mancavano di ideologia.


L’ideologia! è lei che offre la giustificazione del male che cerchiamo e la duratura fermezzza occorrente al malvagio. Occorre la teoria sociale che permette di giustificarci di fronte a noi stessi e agli altri, di ascoltare, non rimproveri, non maledizioni, ma lodi e omaggi. Così gli inquisitori si facevano forti con il cristianesimo, i conquistatori con la glorificazione della patria, i colonizzatori con la civilizzazione, i nazisti con la razza, i giacobini (vecchi e nuovi) con l’uguaglianza, la fraternità, la felicità delle future generazioni.


Aleksandr SOLZENICYN, Un Mondo in frantumi, Harward 1978 La vita garantita dalla legge.


In conformità ai propri obiettivi la società occidentale ha scelto la forma dell’esistenza che le era più comoda e che definirei giuridica. I limiti (molto larghi) dei diritti e del buon diritto di ogni uomo sono definiti dal sistema delle leggi. A forza di attenersi a queste leggi, di muoversi al loro interno e di destreggiarsi nel loro fitto ordito, gli occidentali hanno acquisito in materia una grande e salda perizia. (Ma le leggi restano comunque così complesse che il semplice cittadino non è in grado di raccapezzarcisi senza l’aiuto di uno specialista). Ogni conflitto riceve una soluzione giuridica, e questa viene considerata la più elevata. Se un uomo si trova giuridicamente nel proprio diritto, non si può chiedergli niente di più. Provategli a dirgli, dopo la suprema sanzione giuridica, che non ha completamente ragione, provatevi a consigliargli di limitare da se stesso le sue esigenze e a rinunciare a quello che gli spetta di diritto, provatevi a chiedergli di affrontare un sacrificio o di correre un rischio gratuito… vi guarderà come si guarda un idiota. L’autolimitazione liberamente accettata è una cosa che non si vede quasi mai: tutti praticano per contro l’autoespansione, condotta fino all’estrema capienza delle leggi, fino a che le cornici giuridiche cominciano a scricchiolare. (Giuridicamente, sono del tutto irreprensibili le compagnie petrolifere quando acquistano il brevetto di invenzione di una nuova forma di energia per impedirne l’utilizzazione. Giuridicamente sono irreprensibili coloro che avvelenano i prodotti alimentari per prolungarne la conservazione: il pubblico resta pur sempre libero di non acquistarne).


Io che ho passato tutta la mia vita sotto il comunismo affermo che una società dove non esiste una bilancia giuridica imparziale è una cosa orribile. Nemmeno una società che dispone in tutto e per tutto solo della bilancia giuridica può dirsi veramente degna dell’uomo. Una società che si è installata sul terreno della legge, senza voler andare più in alto, utilizza solo debolmente le facoltà più elevate dell’uomo. Il diritto è troppo freddo e troppo informale per esercitare una influenza benefica sulla società. Quando tutta la vita è compenetrata dai rapporti giuridici, si determina un’atmosfera di mediocrità spirituale che soffoca i migliori slanci dell’uomo.


E contare di sostenere le prove che il secolo prepara reggendo solo sui soli puntelli giuridici sarà per l’innanzi sempre meno possibile.


Aleksandr SOLZENICYN, Vivere senza menzogna, febbraio 1974


Siamo a tal punto disumanizzati che per la modesta zuppa di oggi siamo disposti a sacrificare qualunque principio, la nostra anima, tutti gli sforzi di chi ci ha preceduto, ogni possibilità per i posteri, per l’ambiente, per migliori condizioni sociali, non c’è niente da fare, l’esistenza determina la coscienza, noi cosa c’entriamo, non possiamo far nulla. Invece no, possiamo tutto! Non è affatto colpa loro, è colpa nostra, soltanto nostra! (…) Ed invece è proprio qui ora che si trova la chiave della nostra liberazione, una chiave che abbiamo trascurato e che pure è tanto semplice ed accessibile: il rifiuto di parteciare personalmente alla menzogna. Anche se la menzogna ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto, su un punto siamo inflessibili: che non domini con la mia collaborazione! E’ questa la breccia nel presunto circolo vizioso della nostra inazione:la breccia più facile da realizzare per noi, la più distruttiva per la menzogna.


 


Quanto abbiamo da imparare.


 

postato da: Prisma2002 alle ore 22:08 | link | commenti
categorie: memoria, viandante
domenica, 04 maggio 2008

Lasciandomi ispirare da un “copricuscino”…

IMGP2195








 








 








 








 C’è chi “nasce con la trapunta” della nonna o addirittura della bisnonna e chi, come me, “nasce con il copricuscino” dove è ricamata un pezzo della storia della famiglia di mia madre.


Trapunta quilt o copricuscino che sia, ciò che mi preme evidenziare è che ciò che nel fluire del tempo è giunto fino a noi, è qualcosa di “prezioso”, stabilisce un collegamento e passerà ad altre generazioni.


E dal vecchio copricuscino, sfiorato dalle mie dita, cerco di trarre ispirazione.


C’è anche chi riesce a ritrovare se stessa nei ricordi nostalgici e nei racconti appassionati delle donne, radunate, nella casa di campagna della nonna e della prozia, per cucine una trapunta da regalare alla nipote, Finn, per le nozze.


1995: How to Make an American Quilt (Trailer)... Come fare una trapunta quilt americana... Gli anni dei ricordi.. 


… Un tessuto di richiami, a volte casuali, a volte voluti. Le dita seguono il tracciato delle cuciture, lo sguardo accarezza i colori sbiaditi, la composizione del disegno qua e là raggrinzita, i bordi sfilacciati dal tempo. E la mente indugia sui ricordi. Ricordi che ci appartengono direttamente o che ci sono stati tramandati, come la più fragile e preziosa eredità.


... Storie che sono anche le nostre... riguardano anche noi... e noi dobbiamo ricordarci di ricordare.. e ricordare è anche tramandare.. ricordare è anche testimoniare.. 


hrabal01




















































“Ogni giorno io sbigottisco dieci volte, come ho potuto allontanarmi così da me stesso. Così alienato e derubato ritorno anche dal lavoro, silenzioso e in profonda meditazione cammino per le vie, oltrepasso i tram e le auto e i passanti nella nube dei libri che ho trovato quel giorno e che porto a casa, nella borsa, passo sognante col verde senza neppure accorgermene, non urto contro i lampioni, né contro i passanti, soltanto cammino e puzzo di birra e di sporcizia, ma sorrido, perché in borsa porto libri dai quali mi aspetto che a sera da loro apprenderò qualcosa su me stesso che ancora non so. Così cammino per le vie rumorose, mai col rosso, so camminare in una subconscia incoscienza e nel dormiveglia, in uno stato di ispirazione subliminale, ogni pacco che ho pressato quel giorno echeggia in me quieto e silenzioso, e io ho la sensazione tattile di essere anch'io un pacco pressato di libri, che anche dentro di me c'è la piccola fiammella di controllo di uno scaldabagno, quel piccolo fuocherello di controllo di un frigorifero a gas, una piccola lucina eterna alla quale quotidianamente aggiungo l'olio dei pensieri che ho letto sul lavoro e contro la mia volontà dai libri che ora mi porto a casa nella borsa.Tratto da: B. Hrabal, Una solitudine troppo rumorosa.


Da trentacinque anni Hanta lavora, convinto "che non si possano pressare cascami e putridume" in una maniera diversa da quella che usa lui. Finché non viene a scoprire che hanno costruito una gigantesca pressa idraulica che sostituisce venti macchine come la sua: "D'un tratto col corpo e con l'anima capii che non sarei mai più stato in grado di adattarmi, che ero in quella stessa situazione dei monaci di alcuni monasteri quando seppero che Copernico aveva scoperto leggi cosmiche diverse da quelle che valevano fino allora".


Il suo capofabbrica incombe minaccioso, opprimente, scontento, latore dei freddi principi di autorità e di prestazione, incarnazione di una realtà che sembra avere in uggia l'intelletto, la cultura, cose superate, non necessarie alla produzione. Ormai, un mondo vecchio è finito e ne avanza uno nuovo, igienista e frettoloso, impersonale e indifferente, monocorde e forte. Il mondo nuovo percepisce i libri come semplice carta straccia. Il lavoro, amorevole e artigianale del protagonista, è destinato a trasformarsi in freddo, inesorabile, efficiente, insensibile e disumano lavoro industriale.


La pressa fagocita, indolente, fogli, caratteri, inchiostro, mosche, topi, storia, cultura, sangue e vita… ed il protagonista salva. Salva silenziosamente, privatamente nell’intimo della sua solitudine, non tutti i libri, non tutta la storia, non tutta la cultura, ma se stesso, il suo desiderio di conoscenza, il suo libero pensiero, il ninnolo, il diamante tra i tizzoni di carbone, la frase “che succhia come una caramella, che sorseggia come un bicchierino di liquore fino a quando quel pensiero si scioglie come alcool, infiltrandosi dentro di lui così a lungo da non stargli soltanto nel cuore e nel cervello, ma da colargli per le vene”.


Ed ogni pacco è una creazione, una creazione che prende origine dalla distruzione e custodisce un po’ della sua anima, l’anima di un operaio addetto al macero, istruito contro la sua volontà, che si nutre dei pensieri pressati dalla forza di una macchina antiquata, passiva esecutrice di ordini, come lui “spaccone dell’eternità” e al contempo in grado di generare nuova vita dalla morte, bellezza dall’oscenità. In grado di suicidarsi per rinascere, raggomitolato in posizione fetale, incastrato, schiacciato nel ventre metallico di una madre dallo sguardo verde e rosso, intermittente e gelido.


Hrabal  si confida con la sua solitudine e condensa la sua vita, il suo essere, il suo amore per il libro, per l’arte, la preoccupazione per le sorti della letteratura e per la libertà di pensiero. Quel pensiero che sgorga spontaneo nonostante le dittature e si innalza sino al cielo stellato, raggiungendo il lettore che arriva quasi a sentirsi sfiorato dalla scrittura di un uomo capace di “tradurre le sue parole in dita, che toccano, stringono e comprimono l’antico passato ed il vivente presente”.


“La vita di Hanta, dotto della «non conoscenza», saggio «contro la sua volontà», è tutta in questo distillare scaglie di arte, di cultura e insieme di memoria: mira «non a salvare metaforicamente cultura e storia come a prima vista può sembrare, ma a salvare se stesso e noi. … “ così scrive Sergio Corduas.  


Hanta è un uomo che sa essere consapevolmente ingranaggio del sistema socio-culturale e luce del sistema stesso: coscienza dell’inesorabile fluire del tempo e della tendenza alla dimenticanza, all’oblio, e riottosa e disperata e lirica volontà di cristallizzare la perfezione dei pensieri e delle parole scritte, opponendosi alla progressiva distruzione del passato. Professionista della distruzione dei libri, li crea incessantemente sotto forma diversa. E così in questi trentacinque anni ha cercato di connettersi con se stesso e col mondo intorno a se.


"Una solitudine troppo rumorosa" di Hrabal è una splendida sovrapposizione di frammenti; quegli stessi frammenti di conoscenza e di cultura che il protagonista tenta disperatamente di tenere in vita, ogni giorno assediato e soggiogato e abbattuto dall’atroce compito della distruzione del sapere.


E’ da qualche giorno che mi porto dietro questo romanzo… e rincorro pensieri.. sui cambiamenti che stiamo vivendo.. sulle difficoltà legate ai cambiamenti.. sulla "tradizione".. che non è soltanto ciò che ci è stato tramandato, non è un'immobile creazione del passato, è anche ciò che noi creiamo oggi per trasmetterlo a... e riguarda i "valori difficili", direbbe Carlo Tullio Altan.


I cambiamenti che stiamo vivendo sono senza precedenti… fragorosamente e disperatamente si va incontro alla pressa del tempo, alla macerazione dell’uomo e della memoria; la società muta, e invariabilmente dimentica… talvolta farnetica… rinnega.


Questi cambiamenti richiedono nuove forme e nuovi processi educativi.  


Allora, come essere ingranaggio del sistema socio-culturale e "luce" del sistema stesso?


Howard Gardner nel suo libro“Cinque chiavi per il futuro” dice che bisogna coltivare cinque tipi di intelligenze utili per affrontare il futuro prendendo in esame e sapendo organizzare grandi masse di dati:

-         L’intelligenza disciplinare

-         L’intelligenza sintetica


-         L’intelligenza creativa


-         L’intelligenza rispettosa


-         L’intelligenza etica

I primi tre tipi di intelligenza si occupano principalmente delle forme del conoscere; le ultime due si muovono soprattutto nella sfera dei nostri rapporti con gli altri.


Mai come recentemente mi trovo a dire “quest’epoca non fa per me..  “.. ma vivo in quest’epoca.. anch’io sono nata “con il copricuscino”.. da tramandare.. allora devo trovare anch’io la mia “chiave per il futuro”.. devo coltivare quell'intelligenza creativa-rispettosa-etica.. per la salvaguardia di quei “valori difficili”.. per me e per altri.


Dovrò tornare a lavorare al mio “copricuscino” iniziato nell’agosto 2002…  


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IMGP2196