
“… Ovunque si trovasse, Balint Biro viveva e si comportava come un acrobata rimasto storpio dopo una caduta dal trapezio che, quando è costretto a rientrare nell’arena, SI MUOVE COME PUO’, conclude tutti i numeri del repertorio ma ha una tale paura di morire, ed emana così tanta infelicità, che non può più divertire il pubblico, anzi, lo irrita e basta”.
Con grande sensibilità Magda Szabo esplora, nel suo libro “Via Katalin”, lo stato d’animo dei componenti di tre famiglie - i Biro, gli Held e gli Elekes - che, a partire dagli anni trenta, abitano in case vicine in Via Katalin, a Budapest, e vengono travolte da un destino crudele.
Irén e Blanka Elekes, Henriett Held e Bálint Biro crescono insieme e insieme affrontano, ormai giovani adulti, il clima di insicurezza provocato dalla guerra e dalle persecuzioni antisemitiche. Presi come sono a districare quell'ingarbugliata matassa che è l'esistenza, nessuno di loro riesce a presagire con quanta violenza e tragica arbitrarietà il destino svierà il corso delle loro vite lungo il cammino del viaggio verso la vecchiaia.
Nel bellissimo prologo così scrive Magda Szabo:
“Diventare vecchi è un processo diverso da come lo rappresentano gli scrittori, e somiglia poco anche alle descrizioni della scienza medica.
Nessuna opera letteraria, né tanto meno un medico, avevano preparato gli abitanti di via Katalin al particolare nitore che l'invecchiare avrebbe portato nella buia galleria percorsa quasi inconsapevolmente nei primi decenni delle loro vite, né all'ordine che avrebbe messo tra i loro ricordi e le loro paure, o al modo in cui avrebbe modificato i loro giudizi e la loro scala di valori.
Avevano capito di dover mettere in conto alcuni cambiamenti biologici, perché il corpo aveva cominciato un lavoro di demolizione che avrebbe concluso con la stessa precisione e lo stesso impegno con cui si era preparato alla strada da compiere fin dall'istante del loro concepimento; avevano anche accettato il fatto che il loro aspetto sarebbe cambiato, i sensi si sarebbero indeboliti, i gusti ed eventualmente anche le abitudini o i bisogni si sarebbero adeguati alle variazioni del fisico, rendendoli più voraci o più frugali, più timorosi o forse più suscettibili; e sapevano persino che la regolarità di funzioni come il sonno o la digestione, che quando erano giovani sembravano scontate quanto l'esistere stesso, sarebbero diventate problematiche.
Nessuno aveva spiegato loro che la fine della giovinezza è terribile non tanto perché sottrae qualcosa, quanto piuttosto perché lo apporta. E quel qualcosa non è saggezza, né serenità, né lucidità, né pace. È la consapevolezza che il Tutto si è dissolto.
All'improvviso si accorsero che l'invecchiare aveva disgregato quel passato che negli anni dell'infanzia e della giovinezza consideravano così compatto e solido: il Tutto era caduto a pezzi e, anche se non mancava nulla, perché quei frammenti contenevano ogni cosa successa fino a quel giorno, niente era più come prima. Lo spazio era diviso in luoghi, il tempo in momenti, gli eventi in episodi, e gli abitanti di via Katalin avevano infine capito che nelle loro intere vite soltanto un paio di luoghi, un paio di momenti e alcuni episodi contavano davvero. Il resto era stato un semplice riempitivo nelle loro fragili esistenze, come i trucioli che si versano nelle casse prima di un lungo viaggio per impedire al contenuto di rompersi.
Ormai sapevano che la differenza tra i morti e i vivi è solo qualitativa, non conta granché, e sapevano anche che a ciascuno tocca un solo essere umano da invocare nell'istante della morte.”
Qui il “viaggio della vita” NON sembra avere un "andamento circolare", dove il “ritorno” è “a casa”, con un “io arricchito”, come per l’Ulisse di Joyce - articolato in modo da ricalcare nella struttura l’Odissea di Omero – l’Ulisse che alla fine torna alla sua Itaca, anche se proprio quell’esperienza ha modificato il significato che si attribuisce alla casa stessa.

In questo viaggio, anche se Balint Biro “conclude tutti i numeri del repertorio”, sembra piuttosto di intravedere un percorso rettilineo, nietzscheano, una retta che avanza pencolando nel nulla, dove il Sé si disgrega procedendo verso un nulla che, strada facendo, dissolve certezze e identità, alla Musil. Diventa un fuggire, un rompere limiti e legami, lo scoprire la precarietà del mondo e quella del viaggiatore stesso e così l’io inizia a disgregare la propria identità e produrre un altro uomo, un cammino senza ritorno, alla scoperta che non c’è, non può e non deve esserci ritorno, che non si può e non si deve essere gli uomini di prima.
Queste parole di Balint mi risuonano dentro:
“E’ davvero terribile come tu non sia mai riuscita a comprendere le cose più semplici, - disse. – La vita, la morte. L’acqua fresca. La vita non è la scuola, Irén. La vita sfugge alle regole.”…

”Era mezzogiorno, il sole era caldo, uscendo dal museo ci mettemmo a chiacchierare di previsioni meteorologiche. L’ombra delle nostre figure si proiettava deformata al suolo, la osservavo guizzare sotto il sole. Era il disegno di due massicci blocchi pietrosi che scivolavano davanti a noi, entrambe le ombre prive di mani e piedi, erano due semplici tronchi”.
Magda Szabó ci dice che di tutto ciò che costituisce un'esistenza, solo alcuni luoghi ed episodi contano veramente; ad affascinarmi è la sua profonda riflessione su quanto conserviamo e su quanto abbandoniamo.
Leggendo questo libro pensavo al MIO camminare il viaggio della vita, fermo restando che il mio è un viaggio sicuramente molto più fortunato.
Pensavo ai miei “ritorni con un io arricchito” e ai miei “percorsi rettilinei”…
Pensavo al “rispetto per il presente”, spesso offuscato da un passato nostalgico o da un futuro improbabile. «Se pensi a ieri e a cosa dovrai fare domani rischi di non possedere mai pienamente la tangibilità del reale. È come se tu avessi fretta di correre verso la morte» (Claudio Magris)
Pensavo al quotidiano e ai suoi incontri.. Pensavo che essersi un giorno incontrati è una tappa, che comincia…
Pensavo alla capacità di “coltivare un mucchio di progetti persino nelle situazioni più ingarbugliate e gravi”:
“Balint incontrò soltanto uno dei suoi conoscenti, e trovò divertente che fosse proprio lui. Era un vecchio compagno di prigionia, non l’aveva più visto dopo la liberazione e non aveva mai preso sul serio la reciproca promessa di ritrovarsi una volta che le loro vite fossero tornate normali. … Il suo conoscente se la cavava sempre meglio di lui, non solo perché era abile, ma anche perché aveva un carattere più facile, più socievole e più allegro. Se pensava a lui, Balint lo ricordava con una punta di invidia, perché Szegi riusciva a coltivare un mucchio di progetti persino nelle situazioni più ingarbugliate e gravi, e il suo incredibile ottimismo per qualche misterioso motivo finiva sempre col dimostrarsi giustificato.”.
"...Dobbiamo andare e non fermarci mai finchè non arriviamo." "Per andar dove ?" "Non lo so, ma dobbiamo andare." Jack Kerouac, "On the road"
Pensavo alla “propria geografia”, ai luoghi:
“Un luogo non è mai solo “quel” luogo: quel luogo siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati” (Tabucchi).
Pensavo che si possono percorrere milioni di chilometri in una sola vita senza mai scalfire la superficie dei luoghi nè imparare nulla dalle genti appena sfiorate. Il senso del viaggio allora sta anche nel fermarsi ad ascoltare chiunque abbia una storia da raccontare.
Anche queste parole di Costantinos Kavafis in “Itaca”, mi sono affiorate alla mente:
“Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d'incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo nè nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente, e con che gioia - toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista madreperle, coralli, ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi penetranti d'ogni sorta, più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca - raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo in viaggio: che cos'altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.”
Buon lungo viaggio… come si può.
Ho raccolto in rete pensieri che mi hanno colpito e ne ho aggiunti di nuovi…
C’è un padre che vuole salvare un figlio, entrambi senza nome, senza niente, che non sia il legame indissolubile che li unisce. Il bambino è indifeso, debole, ha fame, freddo, paura. Chiede protezione, ha diritto alla protezione. Percorrono insieme una strada che di sicuro ha soltanto che porta verso sud, verso il mare, forse verso l’oceano. Il mondo e il tempo sono già l’apocalisse; gli uomini, anche loro, forse non esistono più. Esistono dei cattivi, che il padre e il figlio devono evitare, che qualche volta incontrano, da cui devono difendersi. Perché loro sono i buoni, perché il figlio porta il fuoco, la luce, perché riesce a provare pietà per i disgraziati che incontra, offre aiuto, soffre per gli altri. E’ l’ultimo residuo di umanità e di speranza, l’ultima luce di vita nel mondo morto.
La trama di questo libro potrebbe essere tutta qui, perché non c’è trama, non il prima, non il dopo. Solo l’istante bruciato della terra, le nuvole e il fumo che coprono il sole, l’istante ripetuto ad ogni pagina di un incubo dentro cui siamo anche noi buttati, trascinati come il carrello del supermercato che è tutto il tesoro che i due hanno, che si portano dietro, che difendono a tutti i costi.
Ma senza mai diventare come gli altri che per sopravvivere fanno commercio di corpi umani, arrivano a nutrirsene. Senza mai scordarsi che loro sono i buoni.
Quella di McCarthy è tutta una lunga, straziante, minuziosa metafora o parabola della vita. Della nostra vita. Un racconto che si nutre di parole secche, piccole, ripetute, scabre, che dentro uno scenario che sembra non schiudere mai nessun orizzonte, riapre invece le questioni fondamentali del destino e del senso dell’uomo, della sua strada.
Ogni grande libro custodisce una sorta di dono, più o meno nascosto, ce lo consegna come un’eredità, come un compito, come qualcosa che va al di là della letteratura. Che rimette in movimento il lettore. Questo cuore nascosto del libro di McCarthy, questo centro pulsante è la domanda acuta, carnale, ultima e tragicamente necessaria sul nostro destino. Ed è nella carne dei due protagonisti che si scava questa domanda, dentro la loro strada, all’inizio, durante e alla fine della storia.
Il cuore del libro è l’affermazione della vita e del mistero, di un positivo che emerge e si fa strada dentro questo scenario di devastazione totale. E il padre, che pure, in verità, impara dal bambino molto più di quanto non riesca ad insegnargli, è la carne viva di questa esperienza: vive, fatica, lotta con i denti e con le unghie, dignitosamente, per qualcosa che riconosce come valore, per la vita che ha tra le mani. Per un figlio.
Non idee, ma qualcosa che accade ora: si vive per questo, per affermare qualcosa di bello, positivo e buono. Anche dentro il disastro dell’uomo e del mondo alla sua fine.
Ce la caveremo, vero, papà?
Sì. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Sì, perché noi portiamo il fuoco.
Questo fuoco cos’è? Il padre dice che è quello che sta dentro il figlio, da sempre, che lui lo vede. E’ il desiderio, l’esigenza di vivere, l’evidenza della bellezza che il figlio riconosce anche in un posto che potrebbe invece incutere terrore. Il romanzo è l’affermazione di una bellezza, di una verità, di una bontà che appaiono paradossali dentro lo scenario della fine. E’ proprio il bambino a incarnare questo desiderio e renderlo evidente anche al padre. Il cui compito non è moralistico: non indica, ma accompagna, condivide, certo che su quella strada un posto buono per il figlio alla fine lo si trova.
E pronto a imparare da lui un amore e uno sguardo verso il mondo e verso gli altri che non ha più, ma a cui alla fine riconosce di appartenere. Il libro sta tutto in questa affermazione di un positivo, di una positività del reale dentro cui il padre non smette di fare i conti con la domanda fondamentale in un mondo ormai caduto nel potere del male: ci sarà un senso? Un significato? Dov’è Dio?
“Ci sei? Riuscirò a vederti prima o poi? Ce l’hai un collo per poterti strangolare? Ce l’hai un’anima? “
Queste sono le parole del padre a un padre che non si vede. La domanda sulla strada è sempre una domanda sulle origini; la domanda sulla meta è sempre una domanda sull’inizio. E all’inizio c’è un padre. Il padre, questo padre qui, quello che sta sulla strada, ha una certezza: “Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: se non è lui il verbo di Dio, allora Dio non ha mai parlato”. E un compito: proteggere suo figlio. Non c’è niente di più carnale di questo scopo, concretissimo: “Tutte le cose piene di grazia e bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un’origine comune nel dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri. Ecco, sussurrò al bambino addormentato. Io ho te”.
Ed ecco allora il finale. Il padre dice al figlio nell’ultimo dialogo, mentre parlano di un altro bambino intravisto per strada giorni prima e poi scomparso: “Lo troverà la bontà. E’ sempre stato così. E lo sarà ancora”. Tu non morirai, dice il padre al figlio. Il libro si chiude con un incontro che è stato la speranza di tutta la strada compiuta. Morte e vita ritornano dentro un mondo in cui “ogni cosa era più antica dell’uomo, e vibrava di mistero e l’esserci è il suo contenuto”. La parola mistero chiude un libro in cui le pagine sono fatte di parole come acqua, sassi, polvere, fango, vento, deserto, buio.
Il compito della scrittura qui è rilanciato, come dice nelle pagine conclusive del romanzo lo stesso autore: una scrittura, ricchissima di vocaboli di una grande poesia, che assomiglia a mappe e labirinti del mondo, “di una cosa che non si poteva rimettere a posto. Che non si poteva riaggiustare”. Una cosa che c’è e bisogna riconoscere e testimoniare. Scrivere ancora, allora, si può. Anche dopo questo libro, forse; anzi, proprio dopo questo libro è più chiaro “come e cosa”. La scrittura e la storia di McCarthy stanno lì a insegnarci che la grande poesia, la grande letteratura è sempre un gesto. Nel senso che essa è capace di “portare” qualcosa.
E questo qualcosa è sempre un mondo e, insieme, un senso ulteriore, un’indicazione di senso, una direzione di senso.
“Volete dire allora che per esempio, non so se mi spiego, che il mondo intero, no?, il mondo intero proprio, dico col mare, col cielo, con la pioggia, le nuvole... è la metafora di qualcosa?”
Massimo Troisi, Il Postino di Neruda
Il suo nome è G. F. ed è portalettere della città di L.… Leopardi è suo maestro, ma è la vita a suggerirgli metafore e poesia.
Sua bottega e suo laboratorio dell’anima è “l’incontro continuo con la gente ed è l’incontro continuo con i volti, con la strada, con gli angoli, con la natura che ti parla e tu ne cogli lo sbocciare di primo mattino…”.
Aiutano i versi “nel tragitto della vita” quando incontri ad ogni passo la difficoltà dell’esistenza… . Lui va “cercando una speranza” chè “la vita / si ostina / a resistere”; nel suo silenzio e nella sua fatica quotidiana, trova la voce delle cose, poi scrive ed è un’esortazione “parla le parole che dentro hai, / gridale al cielo / affinché diventino preghiere”, ricerca nell’anima “ghirlande danzanti” di pensieri … cerca… “Cercarti / è tessere / a ritroso / la ragnatela / della memoria”.
" Io credo in questa profezia di Rimbaud… devo dire agli uomini di buona volontà, ai lavoratori, ai poeti, che l'intero avvenire è espresso in quella frase di Rimbaud: soltanto con ardente pazienza conquisteremo la splendida città che darà luce, giustizia e dignità a tutti gli uomini.
Così la poesia non avrà cantato invano."
Pablo Neruda, alla cerimonia di consegna del Premio Nobel per

Di Claudio Risé
Da Liberal, ottobre-novembre 2003
Negli anni 1970-1990, analista e formatore di preciso e selezionato seguito, in campo junghiano, fu a Milano Alessandro Peregalli, di cui l’opera poetica.
Il cenacolo psicoanalitico di Peregalli, nella sua bella casa di via della Passione, fu frequentato da personalità variegate che poi lasciarono, in modo diverso, tracce significative nel campo psicologico, da Cesare Viviani alla psicoterapeuta Giulia Valerio, alla scrittrice e sandplay therapist Ilaria Rattazzi, a tanti altri. Ed è significativo che a proporne l’opera poetica sia Il Saggiatore, la casa editrice che riprende il nome della rivista e del gruppo letterario italiano in cui più rilevante era la curiosità psicoanalitica, durante il peraltro poco attento periodo fascista, proprio negli anni della giovinezza di Peregalli (nato nel 1923). Formatosi come analista con Silvia Montefoschi, una delle principali personalità del campo junghiano, a sua volta allieva di Ernst Bernhard, Peregalli portò nel lavoro psicologico tutta la sua intuizione poetica (che secondo l’epistemologo Gaston Bachelard è all’origine delle scoperte più durature).
Intellettuale tipicamente milanese, Peregalli non si sottrasse alle prove pratiche, lontane da psiche e poesia. E, così come Gadda affrontò l’ingegneria, Peregalli affrontò
La cronaca è tuttavia anche, ed è in quest’ottica che ve lo propongo, un documento di come uno psicoanalista possa lavorare creativamente con le proprie emozioni e visioni, traendone poi materia per un rapporto più ricco, profondo e forte, con l’altro, che a lui si rivolge. Se l’analista è anche poeta, la terapia, oltre alle parole, può contare su ali. Che servono sempre.
Alessandro Peregalli, La cronaca - Poema, 1939-1982, il Saggiatore