… Oltre confine, il Parlamento austriaco da poco ha deciso di dare il voto ai sedicenni (in tutte le elezioni). Da noi, i 45 saggi del Partito democratico hanno scelto di consentire anche ai sedicenni la partecipazione alle primarie per l'elezione del futuro leader. Nelle stesse settimane, poco prima che le Camere chiudessero per la pausa estiva, il senatore Luigi Bobba ha presentato una proposta per modificare il Testo unico per gli enti locali riconoscendo così il diritto di elettorato attivo al compimento del sedicesimo anno, limitatamente alle amministrative. Una proposta che Bobba spiega con la necessità di coinvolgere i giovani «partendo dalle istituzioni più credibili, cioè i Comuni ». Per capire in quali orizzonti si inserisce, abbiamo intervistato l'economista Luigi Campiglio…
sedicenni: oggi in Italia sono 1,2 milioni, quanti gli ultra 85enni. Fra vent'anni saranno un milione. Gli ultra 85enni invece saranno oltre 2,5 milioni.
Maurizio Regosa: Professore, i minorenni potranno rappresentarsi da sé almeno in occasione delle elezioni comunali. Cosa pensa di questa proposta?
Luigi Campiglio: Indubbiamente un fatto nuovo, che va collegato a un primo passo fatto in Austria, dove quest'anno si è deciso di consentire dai 16 anni il voto anche per le politiche. Da noi tale progetto susciterà dibattito, persino fra i minorenni che presumo abbiano punti di vista differenziati. Ritengo però che una proposta di questo genere abbia il merito centrale di far maturare la responsabilità dei giovani, ricollocandola nell'alveo naturale della maturazione, dell'iniziazione alla vita adulta.
Regosa: Cosa intende?
Campiglio: Il voto ai sedicenni può indurre i giovani e la società nel suo complesso a discutere, in una sorta di democrazia deliberativa, quale possa essere il contributo, il significato e l'importanza di un'assunzione di responsabilità di questo genere. Troppo spesso il sedicenne viene considerato come un bambino, mentre il ventenne o addirittura il trentenne sono considerati ragazzi. Rimettere a posto l'orologio biologico con quello intellettuale ed etico mi pare sia un indubbio passo avanti.
Regosa: In effetti la giovinezza oggi comprende anche i trentacinquenni, che pochi anni fa erano ritenuti pienamente adulti…
Campiglio: Stiamo vivendo una situazione un po' paradossale. Se fino ai 35 anni si è “giovani”, e poi dai 60 si diventa “anziani”, quando si è uomo o donna adulti?
Regosa: Il voto ai sedicenni avrebbe effetti positivi nella gestione del bene comune?
Campiglio: Sicuramente. Una volta che il tema è sul tappeto, sfido qualunque politico a dimenticarsi di questo aggiuntivo potenziale elettorale. È una questione duplice. Da un lato la tradizionale idea di cittadinanza come partecipazione. Dall'altra in pari misura la rappresentanza degli interessi, soprattutto in società moderne. In entrambi questi ambiti ci saranno effetti significativi: nella gara politica compaiono dei nuovi soggetti.
Regosa: Si svecchierà anche la classe dirigente?
Campiglio: Un ringiovanimento del corpo elettorale potrebbe solo dare benefici. Si discute spesso, giustamente, sulla tendenza della classe politica a, come dire, non voglio usare termini forti, a essere sempre più in età. Ci sono personaggi di grande levatura, ma è un dato di fatto che l'età media dei cittadini italiani sta aumentando in modo rapidissimo con tutte le conseguenze sociali ed economiche che questo comporta. I giovani fino ai 18 anni sono sostanzialmente fuori gioco. Portare i loro interessi nell'arena politica a pieno titolo ha un valore molto forte. Non solo simbolico. Sostanziale. E poi apre un ulteriore fronte: che cosa fare rispetto a quelli ancor più giovani?
Regosa: Sarebbe comunque un passo per arrivare poi al voto anche alle politiche?
Campiglio: Sicuramente. La proposta Bobba riguarda le amministrative. Ma ha un significato profondamente politico. Sembra meno destabilizzante e più facile, anche se comporterà dei problemi. Ma se guardo all'ambito locale vedo che i giovani, ad esempio a Milano, sono considerati in quanto consumatori. Percepiti come giovani dell'happy hour. Ma questo è solo un aspetto: sono delle persone.
Regosa: In alcuni blog però si legge un certo disinteresse proprio da parte dei giovani verso questa proposta. Come se lo spiega?
Campiglio: Immaginavo una reazione di questo genere. Ma all'inizio. La partecipazione elettorale non è un fatto puramente amministrativo, è una conquista. Il fatto che una percentuale anche minoritaria di persone fra i 16 e i 18 anni possa decidere di partecipare con tutta la freschezza, la disinvoltura, l'atteggiamento un po' iconoclasta, lo trovo in ogni caso positivo. È una specie di fulmine a ciel sereno. Che obbliga anche i giovani a pensare.
Regosa: Potrebbe verificarsi uno spostamento elettorale?
Campiglio: Una domanda che i partiti si faranno e proprio questo dimostra che il tema conta. Ma non si interrogheranno sulle questioni di cui abbiamo parlato fin ora...
Regosa: Purtroppo per loro…
Campiglio: Prendiamo il mondo per come è. Se è così - perché è così - la questione si sposta.La democrazia e la competizione elettorale sono fatte di incertezze. Ma anche la visione contemporanea di democrazia è ormai un intreccio di visioni. C'è una visione democratico-partecipativa. Un'altra, della scuola americana, dei politologi come Sartori, per cui invece democrazia è competizione elettorale. E altre come quella di Popper secondo cui, in grande sintesi, il potere del voto è potere di mandare a casa chi ha dimostrato di non funzionare bene. Quando considero questa molteplicità di visioni, crescono i miei dubbi sulla “sacralità” del voto. I meccanismi della democrazia sono strumenti e devono rispondere a una semplice domanda: ci aiutano a vivere meglio? Una precisazione per concludere: perché mai i sedicenni non potrebbero manifestare il loro dissenso sul fatto di non avere spazi?
Regosa: Il rischio è che la classe politica per autodifesa si arrocchi in se stessa...
Campglio: Va però detto che con la scelta austriaca e la proposta italiana, il processo ormai è aperto: quella austriaca ha preso in contropiede tutta la comunità europea, ma non è stata una decisione estemporanea. È il segnale di una consapevolezza: una società sempre più vecchia può produrre decisioni distorte che trascurano i giovani, e questo è un danno per tutti. Questo è il messaggio di fondo. Il voto ai giovani potrebbe determinare una maggiore attenzione dell'amministrazione? Penso di sì. È una sfida accettando la quale tutti i partiti verranno trascinati a considerare le ragioni di questo gruppettino sociale fra i 16 e i 18 anni.
Regosa: Una bella sfida…
Campiglio: È un patto proposto alla politica, non a un partito in particolare, ma al mondo politico nel suo complesso. E il contenuto di questo patto è il seguente: ci obblighiamo tutti quanti insieme a tener conto delle ragioni dei giovani.
Regosa: Non prevede scosse elettorali, quindi...
Campiglio: Siamo passati dalle elezione per censo al suffragio quasi universale, come io sostengo. Sembrava che dovesse succedere chissà che cosa. È successo semplicemente che c'è un po' più di democrazia. Meno rischi di “tirannide della maggioranza”. Il voto, come dicevo prima, è uno strumento. Si tratta di accendere la lampadina. Accendendo la luce in una stanza, tutto quello che era buio diventa chiaro.
Tratto da: Vita - non profit magazine - 8/14 settembre 2007
.. Da un'anima particolare... a un ragazzo di vent'anni..
Ieri sera ho visto per la prima volta un'intervista a Mauro Corona alla trasmissione Le Invasioni Babariche. La fermo qui.
Nell'ambito di questa intervista questo simpaticissimo uomo dice anche:
... Siamo figli non solo di papà e mamma, ma anche di quello che ci è accaduto nella vita, questo è il dramma umano e ci si libera di quello che ci è accaduto tornando alla naturalità del proprio cervello... tirando fuori l'anima...
La vita è come scolpire, devi tirare via se vuoi vedere la vita... vivere e scrivere è come scolpire... scolpire è togliere legno.. togliere roba..

Giovani e politica: due termini problematici, oggi, da porre in relazione. Così almeno pare, stando al senso comune e ad una percezione largamente diffusa. I giovani, si dice, sono apatici, poco inclini alla partecipazione civile, poco interessati al recupero della memoria storica, storditi dal dilagante consumismo, che tutto riduce all’effimero ed al superficiale appiattimento sulla fruizione dei beni materiali che il presente, come sembra che sia, garantisce ed elargisce con munifica disponibilità.
Non c’è più conoscenza del passato, ma non ci sarebbe, dunque, nemmeno più un minimo di slancio verso l’individuazione di un diverso profilo del futuro: è questa la sconsolata, e sconsolante, rappresentazione che molti adulti si fanno, e tendono a trasmettere, di larghi settori dell’universo giovanile.
Siamo tutti viandanti verso una “politica nuova”. Tutti: adulti politicizzati e giovani (realmente o apparentemente) estranei ed allergici alla dimensione dell’analisi e dell’iniziativa politica. E tutti abbiamo molto da ripensare, per cercare un modo nuovo e credibile di rappresentazione e di “trasformazione” della realtà, sfaccettata, imprevedibile e sfuggente in cui ci troviamo, comunemente, immersi. Per andare in questa direzione, un prerequisito essenziale è legato alla disponibilità a comprendere, fuori da schemi consolidati, quel che si muove attorno a noi.
Incomincio a lasciare qui i primi scritti che ho ritrovato per lo specifico “tema giovani”, con la consapevolezza che la questione è molto più ampia e complessa.
Cari amici di blog, ringrazio chi avesse qualche scritto, più recente, da segnalare.
I giovani e la disaffezione politica
Negli ultimi decenni abbiamo assistito a molti cambiamenti di natura politica, sociale ed economica che hanno modificato il nostro modo di vivere, di pensare e di agire.Tra le categorie sociali maggiormente coinvolte in questo processo di cambiamento vi sono sicuramente i giovani.
Da parecchio tempo oramai l’immagine dei giovani è quella del disagio: incertezza per il futuro, precarietà psicologica, ricerca di spazi espressivi autonomi, (molte volte fuori dai luoghi di partecipazione), spinta alla trasgressione e all’evasione. Insoddisfazione, frustrazione, noia, mancanza di valori e di ideali, sono sicuramente aspetti presenti nei ragazzi di oggi.
La mancanza di fiducia, l’atteggiamento di disillusione verso la vita e la società, si riflettono ovviamente nel loro modo di agire, o meglio di non agire, o stando ai recenti episodi di cronaca, di agire violentemente contro chi è più debole. Si estende la cultura dell’estranietà, per cui si può stare dentro il sistema ma vivere con la testa altrove, con giganteschi vuoti di memoria, dove ci si sente vivi solo negli spazi e nelle pratiche alternative.
Sono venuti meno nel tempo le figure e i luoghi di mediazione tra bisogni individuali e istanze della collettività, c’è grande incertezza nelle famiglie, nelle scuole, nella vita associativa, su quali valori e mete proporre ai giovani, e sovente si interpreta l’azione educativa come semplice accompagnamento , senza far maturare proposte. Nelle istituzioni non si riesce ad affezionare i giovani alla vita sociale e la partecipazione attiva non è più un valore da costruire giorno dopo giorno. Non è facile educare in una società complessa, caratterizzata da modelli culturali contraddittori, dove spesso, lo stesso pluralismo culturale indica la difficoltà di trovare un minimo comune denominatore a livello educativo. Gli stessi giovani, altre volte, tendono a mettere tutte le proposte sullo stesso piano, e vivono le appartenenze in maniera passiva, piuttosto che nella piena identificazione.
La politica giovanile è praticamente inesistente, i giovani che hanno degli ideali politici sono pochi al giorno d’oggi e non vengono spronati affatto, la vivono come un qualcosa di lontano, inarrivabile e che non gli appartiene.
Nelle ultime elezioni politiche il 23% dei ragazzi fra i 18 e i 24 anni si è astenuto dal voto, ma il dato più preoccupante non riguarda l’astensionismo, bensì la dichiarata mancanza di interesse verso la politica, soprattutto per quelle forme di partecipazione che richiedono un ruolo attivo. Il numero dei giovani iscritti ai partiti è sempre più in calo e allo stesso tempo diminuisce la fiducia nelle istituzioni nonchè l’interesse verso il dibattito istituzionale. Il livello di istruzione è sicuramente importante nell’ambito di tali atteggiamenti; questa, infatti, accresce il grado di consapevolezza civica necessario per attivarsi. Ma, benché il livello di istruzione nel nostro Paese sia piuttosto elevato, i giovani rispetto al passato partecipano meno alla politica. Ciò significa che entrano in gioco altri fattori a livello sia individuale che sociale.
I dati di uno studio condotto da M. Vecchione, ricercatore presso l’Università di Padova, e M.E. Mebane, ricercatrice della Facoltà di Psicologia alla Sapienza di Roma, pubblicato sulla rivista Psicologia(n. 198, 2006), confermano che oggi i giovani sono meno interessati alla politica. Il 61% dei soggetti fra i 18 e i 24 anni sono poco o per nulla interessati all’argomento, contro il 39% dei soggetti compresi fra i 50 e i 64 anni. Solo il 2,2% dei ragazzi si dichiara molto coinvolto nelle vicende politiche. Un dato interessante riguarda la differenza fra partecipazione politica latente e manifesta. La prima riguarda semplicemente il coinvolgimento e l’interesse per la politica, la seconda consiste nell’impegno attivo finalizzato ad influenzare le decisioni del governo, impegno che può essere di tipo convenzionale (donare soldi ad un partito, lavorarvi) e non convenzionale (attività di volontariato, azioni di protesta). Ebbene, i giovani mentre presentano un livello basso di partecipazione convenzionale, hanno un livello decisamente alto di partecipazione ad attività non convenzionali che si traducono in dimostrazioni pubbliche, boicottaggio di prodotti, volantinaggio e azioni di protesta. La critica alle istituzioni politiche nazionali e internazionali si esprime quindi attraverso movimenti e manifestazioni che catalizzano il malcontento generale.
I dati sopra indicati trovano conferma nei risultati del 7° Rapporto Nazionale sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza. Dal Rapporto emerge che il 70,8% degli adolescenti italiani è poco (33,2%) o per niente (37,6%) interessato alla politica e per la maggioranza dei ragazzi (53,7%) la situazione politica del nostro Paese appare difficile da comprendere. Il problema riguarda non solo i contenuti, ma anche la comunicazione: il 45% dei giovani pensa che i politici siano poco chiari o per nulla (24%) quando parlano e la loro apparizione nei notiziari televisivi spesso suscita fastidio. I ragazzi avvertono la necessità di svecchiare la classe politica, infatti il 64,5% vorrebbe che ci fossero più giovani fra i rappresentanti politici.
In sostanza si può sostenere che i giovani non siano interessati alla politica in quanto nutrono sentimenti di sfiducia (il 71,3%) e diffidenza nei confronti di una classe che non ritengono portatrice di ideali collettivi, ma solo di interessi personali e privati. …
Tratto da: IIMS, Ufficio Stampa, Roma, 4 Dicembre 2006
Ventenni contro?
… Prendiamo la nostra, particolarissima, situazione italiana. Quante volte è stato ripetuto che i giovani sono le prime vittime dell’uso dell’“antipolitica” in cui il berlusconismo è maestro! I ventenni, si dice, abboccano con istintiva immediatezza alle rappresentazioni qualunquistiche e populistiche che stanno all’origine della ventata di destra che è alla base dell’assetto politico attuale del Paese. Ma le cose, a guardarle con più calma e con strumenti un po’ più raffinati, stanno proprio così? Non è questa, ad es., l’opinione degli autori (Roberto Cartocci e Piergiorgio Corbetta) di un impegnato saggio, apparso tempo addietro sulla Rivista “Il Mulino”, significativamente intitolato: Ventenni contro.
L’articolo si sofferma, con il supporto di grafici e tabelle, sugli orientamenti di voto e sulle tendenze politiche dei giovani. Ne risulta un quadro interessante, ed assai più mosso del previsto. La tesi sostenuta, con convincenti argomentazioni, è che ci sono giovani e giovani. Ci sono, ad es., quelli che erano molto giovani negli anni Novanta e che oggi sono venticinque-trentenni; e questi sono sì maggioritariamente contagiati dall’ “antipolitica” ed hanno simpatie apertamente di destra. Non così i diciotto-ventiquattrenni che, pur in un quadro di “generale ostilità verso i partiti” tradizionali, con una minore prevenzione verso Rifondazione comunista che “riceve il doppio dei suffragi rispetto alla media di tutto il campione” e, parzialmente, verso “una formazione politica meno strutturata (
Certo, questo vale per gli studenti e per i giovani colti e secolarizzati, mentre tra i giovani della stessa fascia di età “i non studenti sono di destra (il gruppo più a destra di tutti)”. E’ un dato su cui molto ci sarebbe da dire e che molto fa riflettere. Resta il fatto che se nel “1992 i ventenni erano meno a sinistra dei (quasi) trentenni; nel 1996 erano sulle stesse posizioni politiche; nel 2000 i ventenni sono più a sinistra di coloro che sono più vicini ai trent’anni”.
Se questo è vero e se tale realtà risultasse confermata, non solo l’inversione di tendenza sarebbe di notevole interesse (con i ventenni del 2000 più interessati alla politica dei ventenni degli anni novanta e con un orientamento di sinistra che andrebbe vistosamente riemergendo): andrebbe anche rilevato che i “nostri studenti ventenni manifestano orientamenti di sinistra non solo perché sono giovani, ma perché sono giovani di una specifica generazione”.
Si tratta, beninteso, di orientamenti di carattere elettorale e di opinione che niente ci dicono sulla eventuale propensione a riscoprire ed a battere, sia pure in forme rinnovate, i terreni dell’impegno politico attivo, rispetto al quale i giovani delle diverse fasce d’età sembrano comunque mantenersi, per lo più, ad una rispettabile distanza di sicurezza. Scuole di partito e di formazione politica, federazioni giovanili di partito e forme varie di associazionismo riguardano ed interessano solo una minoranza, per quanto non insignificante, del mondo giovanile.
Tratto da: R. Cartocci e P. Corbetta, Ventenni contro, “Il Mulino”, Settembre-Ottobre 2001.
Partecipo quindi sono
di Stefano Zecchi
Chi sono i giovani che a un comando, a un richiamo, a una semplice sollecitazione arrivano a migliaia a Vicenza per protestare contro l’installazione di una base militare americana? La risposta semplice questa volta non arriva alla sostanza della domanda. Si dice: sono giovani di sinistra, pacifisti, antiamericani... d’accordo. Ma come manifestano? Con quale stato d’animo, con quale bagaglio culturale?
C’è una differenza essenziale tra questo genere di manifestazioni e quelle non meno imponenti e politicamente rilevanti che vedevano un tempo il movimento operaio scendere in piazza guidato dal sindacato e dal Partito comunista, a cui si aggregavano intellettuali, studenti, compagni di strada. Questo vecchio genere di manifestazioni si muoveva su un binario molto preciso che manteneva in parallelo il mito e la storia.
Miti di eguaglianza, di giustizia sociale, di libertà, di progresso... tutti i miti racchiusi nelle canzoni Bandiera Rossa e l’Internazionale, profusi a squarciagola durante le marce. Ma al mito si accostava la consapevolezza storica, la conoscenza del ruolo del movimento operaio nell’organizzazione sociale, nella funzione del Partito comunista nella vita politica nazionale.
Il mito spinge all’azione, incanta, inebria, esalta. La storia porta alla comprensione politica del significato dell’azione. E anche la violenza, che nelle manifestazioni di massa è sempre latente, può essere culturalmente controllata o condannata se l’azione si sviluppa all’interno di una consapevolezza storica che fornisce l’orientamento politico.
Oggi i giovani possiedono il mito, ma non la conoscenza della storia… .
I FIGLI DELLA LIBERTÀ E LA POLITICA
di Paola Azzolina e Roberto Albano *
Cercare di fornire in poche pagine un quadro esaustivo dell'argomento, seppur circoscritto ai giovani italiani negli ultimi decenni, non è certamente possibile; si possono invece tratteggiare sommariamente alcune caratteristiche di fondo, con una scelta inevitabilmente soggettiva e semplificando notevolmente. È inevitabile perciò che molti degli interessati non si rispecchieranno in questa descrizione. Una ricca serie di dati, a cui è utile far riferimento per studiare il comportamento dei giovani nei confronti della politica, è costituita dalle cinque inchieste Iard sulla condizione giovanile in Italia, effettuate dal 1983 al 2000 con cadenza quadriennale. La fascia di età a cui faremo riferimento è quella 15-24, comune a tutte cinque le indagini.
Una prima domanda relativa al nostro tema concerne il personale atteggiamento verso la politica. Ciò che salta subito all'occhio è l'aumento, nel corso degli anni, della risposta "La politica mi disgusta", che raggiunge un'elevata adesione, addirittura del 26,5% nell'ultima rivelazione del 2000. Sempre in quest'ultima indagine, la politica viene affrontata dalla maggioranza come oggetto di cui informarsi (circa il 40%) senza però parteciparvi direttamente. Soltanto il 3% si considera politicamente impegnato, ed il 29% è propenso a delegare persone più competenti. Questi dati sembrerebbero portare acqua al mulino di chi descrive i giovani d'oggi come una generazione cinica, poco incline al cambiamento sociale, incapace di difendere i propri interessi come soggetto collettivo.
Tuttavia, occorre anche tenere conto che le stesse inchieste registrano un diffuso impegno pubblico dei giovani, soprattutto nelle forme dell'associazionismo volontario e della partecipazione a manifestazioni pubbliche. L'impegno assume, dunque, nuove caratteristiche: slegato dalle istituzioni, meno visibile (nel senso che sfugge ai canoni degli eventi mass-mediali), guidato da obiettivi di breve termine. Rispetto agli anni Sessanta e Settanta, si tratta di un impegno più distaccato dalla politica dei partiti e dei movimenti a orientamento ideologico; più indirizzato a tematiche di carattere civile, sociale e culturale. Nati e cresciuti in un ambiente in cui la soddisfazione dei bisogni primari è data per scontata ormai da tempo, i figli della libertà (secondo una fortunata espressione del sociologo Ulrich Beck) hanno rivolto la loro attenzione verso valori come la pace, l'ambiente, i diritti umani e degli animali, l'autorealizzazione, la libertà di espressione ecc.
Proprio questo mutamento, tipico delle società occidentali in generale, ha condotto le giovani generazioni verso una sempre minore fiducia e deferenza nei confronti dell'autorità istituzionale ed un crescente interesse verso i rapporti privati, faccia a faccia. Ecco perché vengono preferiti associazionismo, volontariato, impegno quotidiano e tutto ciò che sembra avere un risultato più diretto ed immediato; si tratta di forme organizzative che sembrano rispondere meglio delle organizzazioni politiche classiche, caratterizzate da programmi di più ampia e lontana realizzazione, al desiderio di lasciare una propria impronta nella società.
Oggi, molti giovani considerano le condizioni della loro esistenza come qualcosa che possono largamente controllare e modificare in prima persona; la quotidianità e l'impegno pubblico diventano qualcosa di indissolubile: non certo secondo la formula di alcuni decenni or sono per cui "tutto è politica", quanto semmai nel senso che anche l'impegno pubblico, quello che può contare per il normale cittadino, ha una prospettiva limitata, assume cioè i tempi della quotidianità (non i tempi della Storia).
Uscendo dalla cerchia ristretta rappresentata dal nucleo familiare, ci si trova a dover affrontare situazioni sociali diverse, alcune obbligate come la scuola ed il mondo del lavoro, altre più dipendenti dalle proprie scelte personali, come il gruppo dei pari e l'associazione volontaria.
L'associazionismo lo si può collocare ad un livello intermedio tra l'individuo nelle sue reti di relazioni primarie (soprattutto famiglia ed amici) e le forme di organizzazione sociale più estese. All'interno delle associazioni si costruisce l'identità dell'individuo attraverso la differenziazione dagli altri e l'identificazione negli altri. Gli spazi associativi danno la possibilità ai giovani di confrontarsi tra loro e di misurarsi sia con la solidarietà e la collaborazione (attraverso la condivisione di ideali comuni), sia con l'individualismo (ognuno è infatti libero nelle proprie scelte e preferenze).
Il numero di associazioni è cresciuto notevolmente negli ultimi decenni in tutto il Paese; il numero di giovani associati è dapprima cresciuto e poi si è consolidato su livelli molto elevati, che avvicinano la realtà italiana ad altri Paesi dove l'associazionismo è radicato da più tempo (in primo luogo gli Stati Uniti). Aumenta anche la quota di coloro che partecipano contemporaneamente a più associazioni volontarie, dato quest'ultimo che può essere interpretato come un diffuso atteggiamento di esplorazione e di ricerca di opportunità e risorse da parte dei giovani.
Le associazioni che attraggono maggiormente i giovani italiani sono quelle sportive, religiose, culturali, ricreative e studentesche, mentre tra le meno frequentate troviamo proprio quelle politiche e sindacali. Tuttavia, se puntiamo l'attenzione sulle variazioni nel tempo più che sul dato assoluto, la vera novità degli ultimi anni è data dalla crescita della partecipazione alle associazioni di impegno sociale e di volontariato.
L'associazionismo ha tra le sue funzioni soprattutto quella di fornire delle basi morali ed ideali per l'agire degli individui. Tuttavia l'esperienza associativa assume un ruolo importante anche nella partecipazione effettiva alla vita pubblica e politica, cioè nella scelta attiva del personale politico di governo. In effetti, chi ha una vita associativa, di qualsiasi genere essa sia, manifesta livelli di impegno pubblico in media più elevati di chi invece non ne fa parte. L'associazionismo, non solo favorisce la partecipazione istituzionalizzata, ma rappresenta anche uno stimolo ed un incentivo verso altre forme di partecipazione: in primo luogo quelle che sono state definite invisibili; si riscontra infatti una maggiore propensione a parlare di politica tra i membri di gruppi o di associazioni ed anche un bisogno di tenersi informati su iniziative politiche e sociali; in secondo luogo osserviamo che gli appartenenti a associazioni volontarie partecipano in media in misura decisamente superiore dei non associati a manifestazioni pubbliche come assemblee, scioperi, cortei ecc.
Passando poi a una dimensione più classica della partecipazione politica, la partecipazione al voto, possiamo osservare una crescente disaffezione, in gran parte risultato del lento e graduale declino del legame con i partiti politici. Le nuove coorti di età non si riconoscono facilmente in uno dei partiti della competizione elettorale perché essi non riescono a rispondere adeguatamente alle tematiche di discussione che più interessano le generazioni attuali. Se in passato il voto rappresentava un'appartenenza religiosa o ideologica ed ogni appuntamento elettorale era vissuto come un'importante occasione degli elettori di esprimere la propria opinione e il proprio punto di vista, oggi le giovani generazioni hanno mutato tale orientamento. La tradizionale distinzione destra-sinistra sta lentamente perdendo il suo significato e la sua capacità di orientamento dei comportamenti politici risulta sempre più inadeguata a riassumere la complessità della politica di oggi. Di conseguenza declina il voto di classe e i sistemi politici si trovano in una situazione complessa perché rischiano di perdere l'appoggio dei giovani se non si adeguano ai nuovi campi di discussione, e la loro base tradizionale se invece accettano questa nuova distribuzione di preferenza dei valori.
Per cercare di decifrare il complesso rapporto tra i giovani e il sistema politico, ma anche economico e sociale, è utile poi considerare il grado di fiducia che essi ripongono nelle istituzioni. La fiducia è una componente essenziale per il buon funzionamento delle istituzioni. L'erosione della fiducia è generalizzata, riguarda cioè tutti i tipi di istituzioni, ma interessa soprattutto quelle politico-amministrative: nella rilevazione IARD del 2000, le percentuali di coloro che hanno fiducia negli uomini politici, nei partiti, nei governi e nei sindacalisti sono rispettivamente il 7,6%; 10,2%; 18,6%; 20,4%. Insomma, le diverse analisi condotte in merito all'atteggiamento dei giovani nei confronti delle istituzioni mostrano un declino della fiducia nei governi nella maggior parte degli Stati industrializzati. Alla base di questo fenomeno ci sono cause molto diverse: la riduzione delle sovranità nazionali, entro cui sono ancora radicate le forme della partecipazione democratica dei cittadini; l'incompetenza e l'inefficacia di parte delle élite politiche; l'accentramento del potere politico nelle mani di poche persone che al contempo dispongono di ingenti poteri economici, ecc. Se negli anni Sessanta e Settanta molti giovani erano impegnati nel tentativo di trasformare complessivamente la società ed erano molto interessati ad ottenere sicurezza sociale ed economica, a partire dagli anni Ottanta si sono spostati su nuove forme di partecipazione politica focalizzate su temi più circoscritti e di breve termine. Di fronte all'assenza di una risposta concreta da parte delle istituzioni politiche, i giovani non hanno risposto né con l'apatia né con la ribellione, bensì con un cambiamento della forma di impegno attraverso la molteplice vita associativa. Hanno cioè cercato di ottenere spazi di autonomia dallo Stato invece di invocare risposte dallo Stato, soprattutto laddove si tratta di investire capitale culturale e sociale.
Oggi, per riuscire a ritrovare gran parte del consenso perduto dei giovani, i partiti e le istituzioni repubblicane devono considerare come risorsa le diverse forme di impegno civile e sociale, aiutandole a crescere, fornendo spazi, strutture, e riconoscimento, anche quando esse si pongono in termini critici e conflittuali nei confronti delle pratiche istituzionalizzate. Il protagonismo e l'impegno dei giovani, ma più in generale dei cittadini, si è emancipato dalla strette tutele dell'autorità statale, è diventato più adulto. È necessario ora ristabilire un dialogo con le istituzioni.
(*) Paola Azzolina, 23 anni, si è recentemente laureata in Scienze della Comunicazione con una Tesi su "I giovani e la politica in Italia"; Roberto Albano, 41 anni, è docente di Metodologia della Ricerca Sociale all'Università di Torino e collaboratore dell'Istituto di Ricerca IARD.
Tratto da: Rivista Informagiovani Num. 05/2003