... ci stanno invadendo..

.. in attesa che maturino meloni

e angurie..

.. un po' in ritardo!
.. e nel frattempo continuiamo a mangiare zucchine..
Godi se il vento ch’entra nel pomario
vi rimena l’ondata della vita:
qui dove affonda un morto
viluppo di memorie,
orto non era, ma reliquiario.
Il frullo che tu senti non è un volo,
ma il commuoversi dell’eterno grembo;
vedi che si trasforma questo lembo
di terra solitario in un crogiuolo
…
Da E. Montale, Ossi di seppia
Spunti per un “sentiero educativo” tratti da: Di che giardino sei?, Duccio Demetrio
Una natura educabile
“… La potenza della terribile e meravigliosa terra e la sua sfrontatezza vengono contenuti dalla paziente e sapiente opera di chi si prende cura del giardino-orto, quasi fosse un buon pedagogo… . Il giardiniere-ortolano è un microagricoltore; è un contadino e un educatore per diletto. In egual misura, infatti, su un terreno più piccolo, disegna, concima, semina, pota, recinta, osserva il risultato e spera di raccogliere e dare buoni frutti, di ottenere fioriture smaglianti, con innesti fecondi dalla effimera o prolungata durata. Educare e fare giardinaggio sono una grande metafora di formazione, basata ora sull’intervento discreto, ora sull’azione radicale…. “.
Il giardino orto
“Era ed è emblema dell’equilibrio, della medietas latina nata dalla saggezza antica dei lari familiari, degli antenati. Dal rispetto della consuetudine, delle innovazioni che coincidono con le scadenze imposte dalla natura. Germinata dai rituali stagionali della semina e della raccolta. Il piacere di osservare trepidamente le svariate crescite è frammisto ai deboli profumi delle officinali timide, dei frutti rigogliosi: nati grazie alle sapienti, mai radicali, potature. La fatica – questo dice il giardino-orto – è sempre compensata, pur ogni volta esposta al rischio di invasione. Uccelli, insetti, talpe minacciano il solerte lavoro del giardiniere-ortolano consapevole della necessità dell’opus e della seriosità del suo ludus che ammira quanto ha disegnato in corti filari. Costui o costei sono dediti all’arte del legamento; si votano a sostenere quanto nasce da una terra sempre bisognosa di concimi trattati in casa o nell’orto stesso. Strano è l’ordine sovrano che vi regna: la sua è una compostezza aperta a qualche follia floreale scompaginante i ritmi, gli intervalli e le studiate distanze tra specie e specie. Roseti, cespi di more, l’imprevedibilità dei rosmarini impongono il loro mite disordine e aspirano, con i frutti e i legumi, ad apparire sulla tavola. Non a condimento delle pietanze soltanto, a ricordare la loro dignità effimera e inutile. Il giardiniere intento e accurato di solito non parla, se non qualche volta e con chi vi si avvicini incuriosito – piccolo o grande – per imparare e capire. I suoni degli arnesi tra la terra, il fruscio del travaso dalla cisterna dell’acqua piovana, lo spezzare degli stecchi, prima del sole, si sostituiscono alla parola. E’ un giardino fatto di racconti, comunque, legati ancora a memorabili risultati, a strane forme assunte dalle zucche uscite dalle regole. La trasgressione è appena tollerata; la misura è compensata dall’educazione che il giardino-orto impone al suo curatore: rispetto degli orari, attenzione alle lune, affilatura degli strumenti. Solo qualche dubbio, nella scelta al mercato delle bustine variopinte di semenze promettenti, è concesso. Se tutto ciò vi cattura, la contemplazione non vi basta, l’agire e il contare ancora è ciò che cercate. Pur solitari, cercate gli altri che vorreste compiaciuti di quel che sapete dare: la primizia o la tardiva infiorescenza, fredda di prima brina.”.