Sfaccettature, Luci e Riflessi

Percorsi a "passo d'uomo"

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"No, non siamo fatti di parole: la carne e il sangue non sono pagine. Noi non abbiamo una storia, nè raccontiamo una storia, ma siamo posseduti da una storia che ci racconta. [...] Ci sono storie che ci raccontiamo per tutta la vita. Queste storie, vertebre di parole, sostengono le nostre menti, ci sorreggono, aiutandoci a stare in piedi, se non dritti, quantomeno soltanto un po' curvi." (Nomi Eve, Il frutteto di famiglia)

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sabato, 14 giugno 2008

Il futuro è di chi sa pensare... e ricordare

voceLuna




 




 




 




 


Solo i rari e preziosi "pre-vecchi" di questo tipo hanno ancora potuto proporre un futuro ai giovani.


"Solo i vecchi hanno un futuro", è il titolo di un importante testo di Gabriele del 13 giugno che si può ritrovare in "ARTICOLI RECENTI". "Ho aiutato i ragazzi, dal primo liceo, a pensare: li ho incoraggiati ogni giorno a pensare, a credere nei loro pensieri. Ho fatto comprendere loro il nesso esistente tra pensiero e linguaggio, l’interazione esistente tra pensiero e linguaggio; tra esperienze di pensiero ed esperienze di linguaggio.  ... ".


Le parole di Gabriele mi hanno fatto riprendere in mano questo articolo di Marco Lodoli


















Il silenzio dei miei studenti che non sanno più ragionare


di MARCO LODOLI






(apparso su "La Repubblica" del 4 ottobre 2002)






L'ottimismo, anche se temperato dal dubbio e dal buon senso, è un dovere di ogni insegnante, che deve comunicare ai suoi alunni sempre e comunque un po' di fiducia nella vita. Dunque anche io cerco di vedere il bicchiere mezzo pieno, di incoraggiare ogni volontà di miglioramento e di rimarcare gli aspetti più belli dell'esistenza.



Eppure da un po' di tempo un pensiero atroce si è installato nella mia mente, mi tromenta, mi preseguita, e ormai sono arrivato al punto di doverlo assolutamente comnicare a chi per età, lavoro, interessi, è lontano dal mondo dei ragazzi. La cosa è questa: a me sembra che sia in corso un genocidio di cui pochi si stanno rendendo conto. A essere massacrate sono le intelligenze degli adolescenti, il bene più prezioso di ogni società che vuole distendersi verso il futuro.



Non dovete prendere questa mia affermazione in modo metaforico, e non dovete neanche pensare a una delle solite tirate contro i giovani che non hanno voglia di fare niente, che disprezzano i valori alti e la cultura. Non si tratta di denunciare un certo naturale menefreghismo e nemmeno l'inclinazione ossessiva al consumo che dimostrnao i gruppi giovanili. La mia non è la sparata moralistica di chi rimpiange i bei tempi in cui i ragazzi leggevano tanti libri e facevano tanta politica. Io sto notando qualcosa di molto più grave, e cioè che gli adolescenti non capiscono più niente.



I processi intellettivi più semplici, un'elementare operazione matematica, la comprensione di una favoletta, ma anche il semplice resoconto di un pomeriggio passato con gli amici o della trama di un film, sono diventati compiti sovrumani di fronte ai quali gli adolescenti rimangono a bocca aperta, in silenzio. Le qualità senitmentali sono rimaste intatte, i miei alunni amano, odiano, fanno amicizia, si emozionano, si indignano, arossiscono, ridono, piangono, tutto come sempre - male capacità logiche, mentali, paiono irreparabilmente compromesse.



In ogni classe ormai ci sono almeno die o tre studenti che hanno bisogno dell'insegnante di sostegno: voi penserete che si tratti di ragazzi affetti da qualche handicap fisico o da qualche grave disturbo mentale, ma spesso non è così. All'inizio è persino difficile distinguerli dagli altri, perché nella classe paiono tutti ugialmente storditi, come si i cervelli avessero subito qualche lieve ammaccatura. Questi quindicenni sono sani e pressocché normali, e a me sembrano solamente l'avanguardia di un mondo diretto verso le tenebre. Semplicemente non capiscono niente, non riescono a connettere i dati più elementari, a stabilire dei nessi anche minimi tra i fatti che accadono davanti a loro, che accadono a loro stessi. Ripeto: sono appena più inebetiti degli altri, come se li precedessero di qualche metro appena nel cammino verso il nulla.



Loro vengono considerati ragazzi in difficoltà, ma i compagni di banco, quelli della fila davanti o dietro, stanno quasi nelle stesse condizioni. Gli insegnanti si fanno in quattro, cercano di rendere le lezioni più chiare, più dirette, si disperano e si avviliscono, ma non c'è niente da fare, le parole si perdono nel vento, sono semi che rimbalzano su una terra asciuttissima che non fiorisce mai.



La cosa più triste è che questo deficit progressivo dell'intelligenza si nota soprattutto nei ragazzi delle classi sociali più povere. I giovani borghesi hanno in casa libri, dischi e computer, hanno genitori ambiziosi e fratelli in carriera, hanno cento stimoli in più per andare avanti decifrando in qualche modo la realtà. I giovani delle borgate sono avvolti da un'ottusità che fa male. Veramente non capiscono nemmeno chi sono e cosa stanno facendo, spesso non sanno più incollare una parola all'altra, un pensierino a un altro pensierino. Sono perduti a una demenza progressiva e spaventosa. Crescono rintronati dalla televisione, dalla pubblicità e da miti bugiardi, da una promessa di felicità a buon mercato, da mille sirene che cantano a squarciagola, e accanto a loro non c'è altro che riesca a farsi spazio. E così, poco alla volta, perdono ogni facoltà intellettiva, fino a diventare totalmente ottusi.



Sia chiaro: il problema non è che non sappiano nulla di una guerra imminente o dell'Europa unita o di chi ha vinto l'ultimo festival del cinema a Venezia; il problema è che non riescono a ragionare su nessun argomento, perché qualcosa nella testa si è sfasciato. Vi prego di credermi, non sono un apocalittico, non grido al lupo al lupo solo per creare apprensione. Sono semplicemente un testimone quotidiano di una tragedia immensa. Il nostro mondo è in pericolo non solo per l'inquinamento, la violenza, l'ingiustizia, il prosciugamento delle risorse prime. La nostra civiltà rischia grosso soprattutto perché la confusione sta producendo esseri disadattati, creature che non saranno in grado di cavarsela, milioni di giovani infelici che strada facendo - la strada che noi adulti abbiamo disegnato - hanno perduto il pensiero. Dopo essersi spente nelle campagne, le lucciole ora si stanno spegnendo anche nelle teste.








Alla luce di questo articolo, GRAZIE, Gabriele e Amalteo!




 

postato da: Prisma2002 alle ore 09:01 | link | commenti (7)
categorie: futuro, blog-connessioni
domenica, 04 maggio 2008

Lasciandomi ispirare da un “copricuscino”…

IMGP2195








 








 








 








 C’è chi “nasce con la trapunta” della nonna o addirittura della bisnonna e chi, come me, “nasce con il copricuscino” dove è ricamata un pezzo della storia della famiglia di mia madre.


Trapunta quilt o copricuscino che sia, ciò che mi preme evidenziare è che ciò che nel fluire del tempo è giunto fino a noi, è qualcosa di “prezioso”, stabilisce un collegamento e passerà ad altre generazioni.


E dal vecchio copricuscino, sfiorato dalle mie dita, cerco di trarre ispirazione.


C’è anche chi riesce a ritrovare se stessa nei ricordi nostalgici e nei racconti appassionati delle donne, radunate, nella casa di campagna della nonna e della prozia, per cucine una trapunta da regalare alla nipote, Finn, per le nozze.


1995: How to Make an American Quilt (Trailer)... Come fare una trapunta quilt americana... Gli anni dei ricordi.. 


… Un tessuto di richiami, a volte casuali, a volte voluti. Le dita seguono il tracciato delle cuciture, lo sguardo accarezza i colori sbiaditi, la composizione del disegno qua e là raggrinzita, i bordi sfilacciati dal tempo. E la mente indugia sui ricordi. Ricordi che ci appartengono direttamente o che ci sono stati tramandati, come la più fragile e preziosa eredità.


... Storie che sono anche le nostre... riguardano anche noi... e noi dobbiamo ricordarci di ricordare.. e ricordare è anche tramandare.. ricordare è anche testimoniare.. 


hrabal01




















































“Ogni giorno io sbigottisco dieci volte, come ho potuto allontanarmi così da me stesso. Così alienato e derubato ritorno anche dal lavoro, silenzioso e in profonda meditazione cammino per le vie, oltrepasso i tram e le auto e i passanti nella nube dei libri che ho trovato quel giorno e che porto a casa, nella borsa, passo sognante col verde senza neppure accorgermene, non urto contro i lampioni, né contro i passanti, soltanto cammino e puzzo di birra e di sporcizia, ma sorrido, perché in borsa porto libri dai quali mi aspetto che a sera da loro apprenderò qualcosa su me stesso che ancora non so. Così cammino per le vie rumorose, mai col rosso, so camminare in una subconscia incoscienza e nel dormiveglia, in uno stato di ispirazione subliminale, ogni pacco che ho pressato quel giorno echeggia in me quieto e silenzioso, e io ho la sensazione tattile di essere anch'io un pacco pressato di libri, che anche dentro di me c'è la piccola fiammella di controllo di uno scaldabagno, quel piccolo fuocherello di controllo di un frigorifero a gas, una piccola lucina eterna alla quale quotidianamente aggiungo l'olio dei pensieri che ho letto sul lavoro e contro la mia volontà dai libri che ora mi porto a casa nella borsa.Tratto da: B. Hrabal, Una solitudine troppo rumorosa.


Da trentacinque anni Hanta lavora, convinto "che non si possano pressare cascami e putridume" in una maniera diversa da quella che usa lui. Finché non viene a scoprire che hanno costruito una gigantesca pressa idraulica che sostituisce venti macchine come la sua: "D'un tratto col corpo e con l'anima capii che non sarei mai più stato in grado di adattarmi, che ero in quella stessa situazione dei monaci di alcuni monasteri quando seppero che Copernico aveva scoperto leggi cosmiche diverse da quelle che valevano fino allora".


Il suo capofabbrica incombe minaccioso, opprimente, scontento, latore dei freddi principi di autorità e di prestazione, incarnazione di una realtà che sembra avere in uggia l'intelletto, la cultura, cose superate, non necessarie alla produzione. Ormai, un mondo vecchio è finito e ne avanza uno nuovo, igienista e frettoloso, impersonale e indifferente, monocorde e forte. Il mondo nuovo percepisce i libri come semplice carta straccia. Il lavoro, amorevole e artigianale del protagonista, è destinato a trasformarsi in freddo, inesorabile, efficiente, insensibile e disumano lavoro industriale.


La pressa fagocita, indolente, fogli, caratteri, inchiostro, mosche, topi, storia, cultura, sangue e vita… ed il protagonista salva. Salva silenziosamente, privatamente nell’intimo della sua solitudine, non tutti i libri, non tutta la storia, non tutta la cultura, ma se stesso, il suo desiderio di conoscenza, il suo libero pensiero, il ninnolo, il diamante tra i tizzoni di carbone, la frase “che succhia come una caramella, che sorseggia come un bicchierino di liquore fino a quando quel pensiero si scioglie come alcool, infiltrandosi dentro di lui così a lungo da non stargli soltanto nel cuore e nel cervello, ma da colargli per le vene”.


Ed ogni pacco è una creazione, una creazione che prende origine dalla distruzione e custodisce un po’ della sua anima, l’anima di un operaio addetto al macero, istruito contro la sua volontà, che si nutre dei pensieri pressati dalla forza di una macchina antiquata, passiva esecutrice di ordini, come lui “spaccone dell’eternità” e al contempo in grado di generare nuova vita dalla morte, bellezza dall’oscenità. In grado di suicidarsi per rinascere, raggomitolato in posizione fetale, incastrato, schiacciato nel ventre metallico di una madre dallo sguardo verde e rosso, intermittente e gelido.


Hrabal  si confida con la sua solitudine e condensa la sua vita, il suo essere, il suo amore per il libro, per l’arte, la preoccupazione per le sorti della letteratura e per la libertà di pensiero. Quel pensiero che sgorga spontaneo nonostante le dittature e si innalza sino al cielo stellato, raggiungendo il lettore che arriva quasi a sentirsi sfiorato dalla scrittura di un uomo capace di “tradurre le sue parole in dita, che toccano, stringono e comprimono l’antico passato ed il vivente presente”.


“La vita di Hanta, dotto della «non conoscenza», saggio «contro la sua volontà», è tutta in questo distillare scaglie di arte, di cultura e insieme di memoria: mira «non a salvare metaforicamente cultura e storia come a prima vista può sembrare, ma a salvare se stesso e noi. … “ così scrive Sergio Corduas.  


Hanta è un uomo che sa essere consapevolmente ingranaggio del sistema socio-culturale e luce del sistema stesso: coscienza dell’inesorabile fluire del tempo e della tendenza alla dimenticanza, all’oblio, e riottosa e disperata e lirica volontà di cristallizzare la perfezione dei pensieri e delle parole scritte, opponendosi alla progressiva distruzione del passato. Professionista della distruzione dei libri, li crea incessantemente sotto forma diversa. E così in questi trentacinque anni ha cercato di connettersi con se stesso e col mondo intorno a se.


"Una solitudine troppo rumorosa" di Hrabal è una splendida sovrapposizione di frammenti; quegli stessi frammenti di conoscenza e di cultura che il protagonista tenta disperatamente di tenere in vita, ogni giorno assediato e soggiogato e abbattuto dall’atroce compito della distruzione del sapere.


E’ da qualche giorno che mi porto dietro questo romanzo… e rincorro pensieri.. sui cambiamenti che stiamo vivendo.. sulle difficoltà legate ai cambiamenti.. sulla "tradizione".. che non è soltanto ciò che ci è stato tramandato, non è un'immobile creazione del passato, è anche ciò che noi creiamo oggi per trasmetterlo a... e riguarda i "valori difficili", direbbe Carlo Tullio Altan.


I cambiamenti che stiamo vivendo sono senza precedenti… fragorosamente e disperatamente si va incontro alla pressa del tempo, alla macerazione dell’uomo e della memoria; la società muta, e invariabilmente dimentica… talvolta farnetica… rinnega.


Questi cambiamenti richiedono nuove forme e nuovi processi educativi.  


Allora, come essere ingranaggio del sistema socio-culturale e "luce" del sistema stesso?


Howard Gardner nel suo libro“Cinque chiavi per il futuro” dice che bisogna coltivare cinque tipi di intelligenze utili per affrontare il futuro prendendo in esame e sapendo organizzare grandi masse di dati:

-         L’intelligenza disciplinare

-         L’intelligenza sintetica


-         L’intelligenza creativa


-         L’intelligenza rispettosa


-         L’intelligenza etica

I primi tre tipi di intelligenza si occupano principalmente delle forme del conoscere; le ultime due si muovono soprattutto nella sfera dei nostri rapporti con gli altri.


Mai come recentemente mi trovo a dire “quest’epoca non fa per me..  “.. ma vivo in quest’epoca.. anch’io sono nata “con il copricuscino”.. da tramandare.. allora devo trovare anch’io la mia “chiave per il futuro”.. devo coltivare quell'intelligenza creativa-rispettosa-etica.. per la salvaguardia di quei “valori difficili”.. per me e per altri.


Dovrò tornare a lavorare al mio “copricuscino” iniziato nell’agosto 2002…  


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giovedì, 10 gennaio 2008

Del piacere di fare "l'inventario"...

Félix Vallotton, Donna che fruga in un  armadio, 1900. Basilea


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


Félix Vallotton, Donna che fruga in un armadio, 1900. Basilea


Siamo nel mese degli inventari e, nel mio piccolo, anch'io sono latitante per "inventario". Ci sono periodi in cui si "accumula materiale", senza perderne neanche una traccia, per poi... . Poi arriva il momento  in cui si sente il bisogno di riordinare questo "materiale", perchè si sente il bisogno di valorizzarlo, utilizzandolo al meglio. Ma per "fare ordine" ci vuole del tempo... per me piacevole. Ecco, sto ponendo la mia attenzione a "riordinare" nuove risorse dell'anno che si è appena concluso, ma sto già tornando. 


Duke Ellington - Sophisticated Lady   




 

postato da: Prisma2002 alle ore 23:34 | link | commenti (15)
categorie: musica, futuro, cura, tempo per sè, farsi del bene, tessere fili