Ho raccolto in rete pensieri che mi hanno colpito e ne ho aggiunti di nuovi…
C’è un padre che vuole salvare un figlio, entrambi senza nome, senza niente, che non sia il legame indissolubile che li unisce. Il bambino è indifeso, debole, ha fame, freddo, paura. Chiede protezione, ha diritto alla protezione. Percorrono insieme una strada che di sicuro ha soltanto che porta verso sud, verso il mare, forse verso l’oceano. Il mondo e il tempo sono già l’apocalisse; gli uomini, anche loro, forse non esistono più. Esistono dei cattivi, che il padre e il figlio devono evitare, che qualche volta incontrano, da cui devono difendersi. Perché loro sono i buoni, perché il figlio porta il fuoco, la luce, perché riesce a provare pietà per i disgraziati che incontra, offre aiuto, soffre per gli altri. E’ l’ultimo residuo di umanità e di speranza, l’ultima luce di vita nel mondo morto.
La trama di questo libro potrebbe essere tutta qui, perché non c’è trama, non il prima, non il dopo. Solo l’istante bruciato della terra, le nuvole e il fumo che coprono il sole, l’istante ripetuto ad ogni pagina di un incubo dentro cui siamo anche noi buttati, trascinati come il carrello del supermercato che è tutto il tesoro che i due hanno, che si portano dietro, che difendono a tutti i costi.
Ma senza mai diventare come gli altri che per sopravvivere fanno commercio di corpi umani, arrivano a nutrirsene. Senza mai scordarsi che loro sono i buoni.
Quella di McCarthy è tutta una lunga, straziante, minuziosa metafora o parabola della vita. Della nostra vita. Un racconto che si nutre di parole secche, piccole, ripetute, scabre, che dentro uno scenario che sembra non schiudere mai nessun orizzonte, riapre invece le questioni fondamentali del destino e del senso dell’uomo, della sua strada.
Ogni grande libro custodisce una sorta di dono, più o meno nascosto, ce lo consegna come un’eredità, come un compito, come qualcosa che va al di là della letteratura. Che rimette in movimento il lettore. Questo cuore nascosto del libro di McCarthy, questo centro pulsante è la domanda acuta, carnale, ultima e tragicamente necessaria sul nostro destino. Ed è nella carne dei due protagonisti che si scava questa domanda, dentro la loro strada, all’inizio, durante e alla fine della storia.
Il cuore del libro è l’affermazione della vita e del mistero, di un positivo che emerge e si fa strada dentro questo scenario di devastazione totale. E il padre, che pure, in verità, impara dal bambino molto più di quanto non riesca ad insegnargli, è la carne viva di questa esperienza: vive, fatica, lotta con i denti e con le unghie, dignitosamente, per qualcosa che riconosce come valore, per la vita che ha tra le mani. Per un figlio.
Non idee, ma qualcosa che accade ora: si vive per questo, per affermare qualcosa di bello, positivo e buono. Anche dentro il disastro dell’uomo e del mondo alla sua fine.
Ce la caveremo, vero, papà?
Sì. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Sì, perché noi portiamo il fuoco.
Questo fuoco cos’è? Il padre dice che è quello che sta dentro il figlio, da sempre, che lui lo vede. E’ il desiderio, l’esigenza di vivere, l’evidenza della bellezza che il figlio riconosce anche in un posto che potrebbe invece incutere terrore. Il romanzo è l’affermazione di una bellezza, di una verità, di una bontà che appaiono paradossali dentro lo scenario della fine. E’ proprio il bambino a incarnare questo desiderio e renderlo evidente anche al padre. Il cui compito non è moralistico: non indica, ma accompagna, condivide, certo che su quella strada un posto buono per il figlio alla fine lo si trova.
E pronto a imparare da lui un amore e uno sguardo verso il mondo e verso gli altri che non ha più, ma a cui alla fine riconosce di appartenere. Il libro sta tutto in questa affermazione di un positivo, di una positività del reale dentro cui il padre non smette di fare i conti con la domanda fondamentale in un mondo ormai caduto nel potere del male: ci sarà un senso? Un significato? Dov’è Dio?
“Ci sei? Riuscirò a vederti prima o poi? Ce l’hai un collo per poterti strangolare? Ce l’hai un’anima? “
Queste sono le parole del padre a un padre che non si vede. La domanda sulla strada è sempre una domanda sulle origini; la domanda sulla meta è sempre una domanda sull’inizio. E all’inizio c’è un padre. Il padre, questo padre qui, quello che sta sulla strada, ha una certezza: “Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: se non è lui il verbo di Dio, allora Dio non ha mai parlato”. E un compito: proteggere suo figlio. Non c’è niente di più carnale di questo scopo, concretissimo: “Tutte le cose piene di grazia e bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un’origine comune nel dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri. Ecco, sussurrò al bambino addormentato. Io ho te”.
Ed ecco allora il finale. Il padre dice al figlio nell’ultimo dialogo, mentre parlano di un altro bambino intravisto per strada giorni prima e poi scomparso: “Lo troverà la bontà. E’ sempre stato così. E lo sarà ancora”. Tu non morirai, dice il padre al figlio. Il libro si chiude con un incontro che è stato la speranza di tutta la strada compiuta. Morte e vita ritornano dentro un mondo in cui “ogni cosa era più antica dell’uomo, e vibrava di mistero e l’esserci è il suo contenuto”. La parola mistero chiude un libro in cui le pagine sono fatte di parole come acqua, sassi, polvere, fango, vento, deserto, buio.
Il compito della scrittura qui è rilanciato, come dice nelle pagine conclusive del romanzo lo stesso autore: una scrittura, ricchissima di vocaboli di una grande poesia, che assomiglia a mappe e labirinti del mondo, “di una cosa che non si poteva rimettere a posto. Che non si poteva riaggiustare”. Una cosa che c’è e bisogna riconoscere e testimoniare. Scrivere ancora, allora, si può. Anche dopo questo libro, forse; anzi, proprio dopo questo libro è più chiaro “come e cosa”. La scrittura e la storia di McCarthy stanno lì a insegnarci che la grande poesia, la grande letteratura è sempre un gesto. Nel senso che essa è capace di “portare” qualcosa.
E questo qualcosa è sempre un mondo e, insieme, un senso ulteriore, un’indicazione di senso, una direzione di senso.
“Volete dire allora che per esempio, non so se mi spiego, che il mondo intero, no?, il mondo intero proprio, dico col mare, col cielo, con la pioggia, le nuvole... è la metafora di qualcosa?”
Massimo Troisi, Il Postino di Neruda
Il suo nome è G. F. ed è portalettere della città di L.… Leopardi è suo maestro, ma è la vita a suggerirgli metafore e poesia.
Sua bottega e suo laboratorio dell’anima è “l’incontro continuo con la gente ed è l’incontro continuo con i volti, con la strada, con gli angoli, con la natura che ti parla e tu ne cogli lo sbocciare di primo mattino…”.
Aiutano i versi “nel tragitto della vita” quando incontri ad ogni passo la difficoltà dell’esistenza… . Lui va “cercando una speranza” chè “la vita / si ostina / a resistere”; nel suo silenzio e nella sua fatica quotidiana, trova la voce delle cose, poi scrive ed è un’esortazione “parla le parole che dentro hai, / gridale al cielo / affinché diventino preghiere”, ricerca nell’anima “ghirlande danzanti” di pensieri … cerca… “Cercarti / è tessere / a ritroso / la ragnatela / della memoria”.
" Io credo in questa profezia di Rimbaud… devo dire agli uomini di buona volontà, ai lavoratori, ai poeti, che l'intero avvenire è espresso in quella frase di Rimbaud: soltanto con ardente pazienza conquisteremo la splendida città che darà luce, giustizia e dignità a tutti gli uomini.
Così la poesia non avrà cantato invano."
Pablo Neruda, alla cerimonia di consegna del Premio Nobel per