Sfaccettature, Luci e Riflessi

Percorsi a "passo d'uomo"

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"No, non siamo fatti di parole: la carne e il sangue non sono pagine. Noi non abbiamo una storia, nè raccontiamo una storia, ma siamo posseduti da una storia che ci racconta. [...] Ci sono storie che ci raccontiamo per tutta la vita. Queste storie, vertebre di parole, sostengono le nostre menti, ci sorreggono, aiutandoci a stare in piedi, se non dritti, quantomeno soltanto un po' curvi." (Nomi Eve, Il frutteto di famiglia)

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mercoledì, 23 luglio 2008

Camminare il viaggio della vita… come si può..

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“… Ovunque si trovasse, Balint Biro viveva e si comportava come un acrobata rimasto storpio dopo una caduta dal trapezio che, quando è costretto a rientrare nell’arena, SI MUOVE COME PUO’, conclude tutti i numeri del repertorio ma ha una tale paura di morire, ed emana così tanta infelicità, che non può più divertire il pubblico, anzi, lo irrita e basta”.

Con grande sensibilità
Magda Szabo esplora, nel suo libro “Via Katalin”
, lo stato d’animo dei componenti di tre famiglie - i Biro, gli Held e gli Elekes - che, a partire dagli anni trenta, abitano in case vicine in Via Katalin, a Budapest, e vengono travolte da un destino crudele.

Irén e Blanka Elekes, Henriett Held e Bálint Biro crescono insieme e insieme affrontano, ormai giovani adulti, il clima di insicurezza provocato dalla guerra e dalle persecuzioni antisemitiche. Presi come sono a districare quell'ingarbugliata matassa che è l'esistenza, nessuno di loro riesce a presagire con quanta violenza e tragica arbitrarietà il destino svierà il corso delle loro vite lungo il cammino del viaggio verso la vecchiaia.

Nel bellissimo prologo così scrive Magda Szabo:

“Diventare vecchi è un processo diverso da come lo rappresentano gli scrittori, e somiglia poco anche alle descrizioni della scienza medica.

Nessuna opera letteraria, né tanto meno un medico, avevano preparato gli abitanti di via Katalin al particolare nitore che l'invecchiare avrebbe portato nella buia galleria percorsa quasi inconsapevolmente nei primi decenni delle loro vite, né all'ordine che avrebbe messo tra i loro ricordi e le loro paure, o al modo in cui avrebbe modificato i loro giudizi e la loro scala di valori.

Avevano capito di dover mettere in conto alcuni cambiamenti biologici, perché il corpo aveva cominciato un lavoro di demolizione che avrebbe concluso con la stessa precisione e lo stesso impegno con cui si era preparato alla strada da compiere fin dall'istante del loro concepimento; avevano anche accettato il fatto che il loro aspetto sarebbe cambiato, i sensi si sarebbero indeboliti, i gusti ed eventualmente anche le abitudini o i bisogni si sarebbero adeguati alle variazioni del fisico, rendendoli più voraci o più frugali, più timorosi o forse più suscettibili; e sapevano persino che la regolarità di funzioni come il sonno o la digestione, che quando erano giovani sembravano scontate quanto l'esistere stesso, sarebbero diventate problematiche.

Nessuno aveva spiegato loro che la fine della giovinezza è terribile non tanto perché sottrae qualcosa, quanto piuttosto perché lo apporta. E quel qualcosa non è saggezza, né serenità, né lucidità, né pace. È la consapevolezza che il Tutto si è dissolto. 

All'improvviso si accorsero che l'invecchiare aveva disgregato quel passato che negli anni dell'infanzia e della giovinezza consideravano così compatto e solido: il Tutto era caduto a pezzi e, anche se non mancava nulla, perché quei frammenti contenevano ogni cosa successa fino a quel giorno, niente era più come prima. Lo spazio era diviso in luoghi, il tempo in momenti, gli eventi in episodi, e gli abitanti di via Katalin avevano infine capito che nelle loro intere vite soltanto un paio di luoghi, un paio di momenti e alcuni episodi contavano davvero. Il resto era stato un semplice riempitivo nelle loro fragili esistenze, come i trucioli che si versano nelle casse prima di un lungo viaggio per impedire al contenuto di rompersi.


Ormai sapevano che la differenza tra i morti e i vivi è solo qualitativa, non conta granché, e sapevano anche che a ciascuno tocca un solo essere umano da invocare nell'istante della morte.”


 


Qui il “viaggio della vita” NON sembra avere un "andamento circolare", dove il “ritorno” è “a casa”, con un “io arricchito”, come per l’Ulisse di Joyce - articolato in modo da ricalcare nella struttura l’Odissea di Omero – l’Ulisse che alla fine torna alla sua Itaca, anche se proprio quell’esperienza ha modificato il significato che si attribuisce alla casa stessa.



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In questo viaggio, anche se Balint Biro “conclude tutti i numeri del repertorio”, sembra piuttosto di intravedere un percorso rettilineo, nietzscheano, una retta che avanza pencolando nel nulla, dove il Sé si disgrega procedendo verso un nulla che, strada facendo, dissolve certezze e identità, alla Musil. Diventa un fuggire, un rompere limiti e legami, lo scoprire la precarietà del mondo e quella del viaggiatore stesso e così l’io inizia a disgregare la propria identità e produrre un altro uomo, un cammino senza ritorno, alla scoperta che non c’è, non può e non deve esserci ritorno, che non si può e non si deve essere gli uomini di prima.

Q
ueste parole di Balint mi risuonano dentro:

“E’ davvero terribile come tu non sia mai riuscita a comprendere le cose più semplici, - disse. – La vita, la morte. L’acqua fresca. La vita non è la scuola, Irén. La vita sfugge alle regole.”…


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”Era mezzogiorno, il sole era caldo, uscendo dal museo ci mettemmo a chiacchierare di previsioni meteorologiche. L’ombra delle nostre figure si proiettava deformata al suolo, la osservavo guizzare sotto il sole. Era il disegno di due massicci blocchi pietrosi che scivolavano davanti a noi, entrambe le ombre prive di mani e piedi, erano due semplici tronchi”.

Magda Szabó ci dice che di tutto ciò che costituisce un'esistenza, solo alcuni luoghi ed episodi contano veramente;
ad affascinarmi è la sua profonda riflessione su quanto conserviamo e su quanto abbandoniamo.

Leggendo questo libro pensavo al MIO camminare il viaggio della vita, fermo restando che il mio è un viaggio sicuramente molto più fortunato.

Pensavo ai miei “ritorni con un io arricchito” e ai miei “percorsi rettilinei”…

Pensavo al “rispetto per il presente”, spesso offuscato da un passato nostalgico o da un futuro improbabile. «Se pensi a ieri e a cosa dovrai fare domani rischi di non possedere mai pienamente la tangibilità del reale. È come se tu avessi fretta di correre verso la morte» (Claudio Magris)

Pensavo al quotidiano e ai suoi incontri.. Pensavo che essersi un giorno incontrati è una tappa, che comincia…

Pensavo alla capacità di “coltivare un mucchio di progetti persino nelle situazioni più ingarbugliate e gravi”
:

“Balint incontrò soltanto uno dei suoi conoscenti, e trovò divertente che fosse proprio lui. Era un vecchio compagno di prigionia, non l’aveva più visto dopo la liberazione e non aveva mai preso sul serio la reciproca promessa di ritrovarsi una volta che le loro vite fossero tornate normali. … Il suo conoscente se la cavava sempre meglio di lui, non solo perché era abile, ma anche perché aveva un carattere più facile, più socievole e più allegro. Se pensava a lui, Balint lo ricordava con una punta di invidia, perché Szegi riusciva a coltivare un mucchio di progetti persino nelle situazioni più ingarbugliate e gravi, e il suo incredibile ottimismo per qualche misterioso motivo finiva sempre col dimostrarsi giustificato.”.

"...Dobbiamo andare e non fermarci mai finchè non arriviamo." "Per andar dove ?" "Non lo so, ma dobbiamo andare." Jack Kerouac, "On the road"

Pensavo alla “propria geografia”, ai luoghi

“Un luogo non è mai solo “quel” luogo: quel luogo siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati” (Tabucchi).

Pensavo che si possono percorrere milioni di chilometri in una sola vita senza mai scalfire la superficie dei luoghi nè imparare nulla dalle genti appena sfiorate. Il senso del viaggio allora sta anche nel fermarsi ad ascoltare chiunque abbia una storia da raccontare.

Anche queste parole di Costantinos Kavafis in “Itaca”, mi sono affiorate alla mente
:

“Quando ti metterai in viaggio per Itaca

devi augurarti che la strada sia lunga

fertile in avventure e in esperienze.

I Lestrigoni e i Ciclopi o la furia di Nettuno non temere,

non sarà questo il genere d'incontri

se il pensiero resta alto e un sentimento fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.

In Ciclopi e Lestrigoni, no certo nè nell'irato Nettuno incapperai

se non li porti dentro

se l'anima non te li mette contro.


Devi augurarti che la strada sia lunga.

Che i mattini d'estate siano tanti

quando nei porti - finalmente, e con che gioia - toccherai terra tu per la prima volta:

negli empori fenici indugia e acquista madreperle, coralli, ebano e ambre

tutta merce fina, anche profumi penetranti d'ogni sorta, più profumi inebrianti che puoi,

va in molte città egizie

impara una quantità di cose dai dotti.


Sempre devi avere in mente Itaca - raggiungerla sia il pensiero costante.

Soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio

metta piede sull'isola, tu, ricco dei tesori accumulati per strada

senza aspettarti ricchezze da Itaca.


Itaca ti ha dato il bel viaggio,

senza di lei mai ti saresti messo in viaggio: che cos'altro ti aspetti?


E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso

già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.”


Buon lungo viaggio… come si può.


 


postato da: Prisma2002 alle ore 22:40 | link | commenti (1)
categorie: vita, consapevolezza, lettura, viandante
domenica, 25 maggio 2008

Accidia e politica: dal privato al pubblico

bruegel+-+accidia


 


 


 


 


 


 


 


 


 


Questo post di Kensington mi ha fatto ricordare e ritrovare quest'altro frammento del card. Carlo Maria Martini. Accidia: dal privato al pubblico.


Il male oscuro dell'accidia politica di Carlo Maria Martini


Nel quadro dello sforzo di vivere il passaggio di millennio nella dimensione spirituale e sociale del Giubileo, ci sentiamo spinti anche a considerare quali paure abitino di fatto il nostro tempo e richiedano il nostro coraggioso impegno per scongiurarle. Di una di queste cose temibili vorrei parlare in particolare. Si tratta di un male oscuro, difficile da nominare, forse anche perché è difficile da riconoscere, come un virus latente eppure onnipresente. Potremmo chiamarlo col nome di "pubblica accidia" o di "accidia politica". E' il contrario di quella che la tradizione classica greca, come pure il Nuovo Testamento chiamano parresia, “franchezza”, libertà di chiamare le cose con il proprio nome. Si tratta di una neutralità appiattita, della paura di valutare oggettivamente le proposte secondo criteri etici, che ha come conseguenza un decadimento della sapienzialità politica. Stiamo di fronte a questo male quando, ad un atteggiamento di valutazione responsabile e impegnata delle diverse proposte culturali presenti nel nostro mondo occidentale, si sostituisce un aprioristico giudizio di equivalenza formale di ogni progetto o comportamento e quindi la semplice presa d'atto di una diversità di valutazioni etiche. Di conseguenza il confronto tra posizioni diverse non dà luogo a quel dialogare che aiuta a maturare conclusioni condivise, non sfocia in una sintesi comprensiva. Ciò costringe coloro che hanno responsabilità nella polis, a tutti i livelli, ad un lavoro spossante di bilanciamento delle richieste, anche delle più contraddittorie. Poco conta allora il peso maggiore che dovrebbero avere le richieste che si appoggiano su ragioni comprovate dall'esperienza e su un costume consolidato. Di fronte a esse sta la pretesa, vagamente illuministica, che tutte le opzioni abbiano pari rilevanza per il costume. E' come se le opinioni fossero esposte, l'una accanto all'altra, come merci uguali in una bancarella delle scelte o in un supermercato, con la sola differenza che alcune sono più reclamizzate di altre. Il vizio dell'accidia politica porta a riguardare le diverse opzioni non secondo il posto che hanno saputo guadagnare dentro la nostra cultura e il nostro costume, ma come oggetti inercambiabili da scegliersi a piacere secondo criteri di gradimento. Avviene allora che le altre poste in gioco antropologiche (pensiamo alla vita, alla sessualità, alla famiglia, all'educazione, al lavoro, alle fragilità sociali) non appena siano affrontate con un qualche discorso di senso e di valori e si avanzino richieste conseguenti, vengano rinviate al mittente come attacco a diritti individuali di "altri". Non vengono discusse nel merito, ma liquidate sulla base del dogma del pari valore di ogni opinione o credenza rispetto a credenze diverse e opposte. Accade così che ci si limiti a esigere rispetto per la propria opinione, senza impegnarsi a declinare le ragioni per cui quel rispetto vada concesso. In altre parole il rispetto assoluto dovuto a ogni persona viene confuso con l'attribuzione aprioristica di una valenza e di una sensatezza identica a qualunque tipo di proposta. Si ha dunque l'impressione che la proclamazione del valore del diritto individuale non sia avanzata per garantire pari opportunità di confronto per le motivazioni di tutte le proposte, ma solo per delegittimare la possibilità e la serietà del confronto e una possibile soluzione culturale determinata. Riferendomi al testo di Isaia 11, che esprime le qualità del buon governo, siamo qui di fronte a un sistema di pensiero che non privilegia né sapienza, né intelletto, né consiglio, che confonde la fortezza col semplice consenso di massa, che relega la scienza e la pietas in settori incapaci di influire sulla ricerca del meglio. La politica ne soffre, perché non é un dialogo che, nel nome del bene comune, é pronto anche a parziali rinunce, sofferte ma ragionevoli, in vista di un migliore bene comune. Essa diviene una continua, frammentata e ultimativa richiesta di singoli e di gruppi di interesse, un succedersi di veti incrociati, che rende faticoso e alla lunga frustrante, il governo della cosa pubblica, per la spinta altalenante a fare concessioni contrapposte, con un equilibrio sempre instabile. Tutto ciò destruttura il costume esistente e alla fine introduce surrettiziamente, per vie di fatto e non di motivazioni, un costume nuovo. Se tutte le posizioni etiche sono equiparate indiscriminatamente, è inevitabile che finisca col prevalere la posizione che suona immediatamente più facile, più piacevole al momento e meno impegnativa. Non è più una società "bella e buona", quella a cui si tende, ma una convivenza fiacca, opaca, frammentata, una società senza forma. Da questo atteggiamento deriva anche la difficoltà di tenere insieme le maggioranze, quando cioè non si condivida un ordine gerarchico delle ragioni della coesione, quando manchi la volontà progettuale di accettare le gradualità per le proprie richieste, quando il mattone che ciascuno dovrebbe portare alla costruzione diventa il sasso lanciato senza preoccuparsi della sua insensibilità nel progetto, quando alla logica della casa comune si sostituisce l'umoralità o il risentimento, quando si cerca la brillantezza della battuta e la persuasività dello slogan più che la fatica della riflessione oggettiva che mira a convincere. Normalmente lo scadimento etico della politica, in un corpo sano, dovrebbe essere rilevato e punito da un calo di consenso. Già Aristotele aveva formulato il principio secondo cui il male è destinato a distruggersi da sé perché "le persone disoneste non possono essere concordi se non in piccola parte, e così neppure possono essere amiche, perché aspirano ad avere di più nel campo delle utilità e si sottraggono invece alle fatiche e al servizio; e ciascuno volendo per sé questi vantaggi, sta a controllare il vicino e a ostacolarlo... Quindi si verificano tra loro dissensi, perché l'uno cerca di costringere l';altro e nessuno vuole agire con giustizia". Ma sembra non essere più così. Se si prescinde dal preoccupante aumento delle astensioni nelle tornate elettorali, si ha l'impressione che il degrado etico della politica non sia punito consequenzialmente, almeno in tempi brevi. Infatti, a stravolgere il meccanismo sano di autopunizione, interviene, oltre al dato culturale della frammentazione individualistica, il peso della comunicazione politica, mai tanto rilevante come nel nostro tempo, nel quale mancano o sono indeboliti gli organismi di filtro societari per la creazione di una pubblica opinione. Solo l'esistenza di solide strutture societarie e comunitarie consentirebbe di stabilire, oltre che una rete umana di rapporti, anche criteri di valutazione e una opinione pubblica in senso vero e proprio. Laddove invece queste strutture mancano o sono deboli, la comunicazione non trova un tessuto etico pronto ad accoglierla con senso critico. Trova una serie di individui con i loro interessi particolari e più in generale trova quell'insieme indistinto che viene chiamato "la gente" e che non è in grado di opporre una resistenza condivisa e critica. Siamo così testimoni della celerità con cui il sentire superficiale tende a lasciarsi condizionare dalla moda del momento.In forza di questi meccanismi e di queste carenze, lo scadimento etico della politica non è neppure percepito, almeno in tempi brevi, come dannoso per la polis. Le essenze tradite si ribellano ma il guasto collettivo appare solo dopo un certo tempo. E quando le conseguenze di un tale degrado toccano il benessere materiale, si tende a ricorrere all'anestetico di un benessere ridistribuito a chi ha più voce per protestare. Ma non dovremmo aspettare decadenze dolorose per aprire gli occhi.


[…]


 

mercoledì, 14 maggio 2008

Una “filosofia pronunciata a bassa voce”... di Renée Diciche

Due mani di Van Gogh


 


 


 


 


 


 


 


Devo ringraziare Renée Diciche per questo suo scritto che va direttamente al fondo della persona.


Sì, devo ringraziare Renée per queste sue parole:  


“… Volevo vedere come le cose naturali si trasformano,


e non urlano se portano dentro


anime contrapposte di vita e di morte.


Loro sanno essere nude,


e se ne fregano di ogni talento necessario


per nascondersi.


Sono tornata una domenica sera, mentre la caffettiera


lanciava per aria, in casa mia, il suo solito odore.


Nessun nuovo ricordo, nessuna “verità” acquisita.


Solo il desiderio di essere


radicalmente nuda,


nell’accarezzare senza maestria


le tante anime contrapposte.


Di vita e di morte.”


 


Questa è una “filosofia pronunciata a bassa voce”, una filosofia che va direttamente al fondo delle cose, che rende trasparente l’animo”… questa è la filosofia di Michel de Montaigne, dove le parole sgorgano dalla sua anima con la forza della spontaneità, come queste parole:


 


“Non soltanto il vento delle circostanze mi agita secondo la sua direzione, ma in più mi agito e mi turbo io stesso per l’instabilità della mia posizione: e, a guardar bene, non ci troviamo mai due volte nella stessa condizione. Io do alla mia anima ora un aspetto ora un altro, secondo da che parte la volgo. Se parlo di me in vario modo, è perché mi guardo in vario modo. Tutti i contrari si ritrovano in me in qualche verso e in qualche maniera. Timido e insolente, casto, lussurioso; chiacchierone, taciturno; laborioso, indolente; ingegnoso, stupido; stizzoso, bonario; bugiardo, sincero, dotto, ignorante e liberale e avaro e prodigo. Tutto questo io lo vedo in me in qualche modo, secondo come mi volgo. E chiunque si studi molto accuratamente, trova in sé, anzi nel suo stesso giudizio, questa volubilità e discordanza. Non posso dire niente di me, assolutamente, semplicemente, senza confusione e mescolanza, né in una sola parola”.    


 


Non sempre si è in grado di ascoltare le varie dimensioni del proprio essere. E questo perché si cinge di schermi, barriere e abbellimenti la propria interiorità, ma se ce ne “freghiamo di ogni talento necessario per nascondersi” e “sappiamo essere nudi”, come ben dice Reneé, le nostre contraddizioni ci aiutano a essere consapevoli nel trarre la linfa vitale per affrontare il mondo.  Diceva l’antico Eraclito: “Ciò che si oppone converge, e dai discordanti bellissima armonia” (Dell’origine).


Ma non è facile, almeno per me, allora ognuno, con la propria storia, sente di non acquisire, a volte non concludere. Questo pensiero mi accompagna proprio in questi giorni. 


 


Grazie due volte, Renée Diciche.