Sfaccettature, Luci e Riflessi

Percorsi a "passo d'uomo"

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"No, non siamo fatti di parole: la carne e il sangue non sono pagine. Noi non abbiamo una storia, nè raccontiamo una storia, ma siamo posseduti da una storia che ci racconta. [...] Ci sono storie che ci raccontiamo per tutta la vita. Queste storie, vertebre di parole, sostengono le nostre menti, ci sorreggono, aiutandoci a stare in piedi, se non dritti, quantomeno soltanto un po' curvi." (Nomi Eve, Il frutteto di famiglia)

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giovedì, 09 ottobre 2008

Nina Simone - Seems I'm Never Tired Lovin' You

Sembra che non sia mai stanca di amarti... un'altra emozionante interpretazione di Nina Simone..



Darling, you always needed

And your tenderness is needed too

And it seems that I’m never tired

loving you, loving you

never was a feeling stronger

aching for the sweet things you do

and it seems that I’m never tired loving you

should the mountains crumble to ashes

and the rain should cease to fall

and if the river stopped its flowing

you’d still be my all in all

and if the clouds cover the sky

so the sunlight won’t come through

then I will never, never, never, never, never,

never, tired loving you


Più tardi lascerò qui la traduzione.




Amore, ho sempre bisogno di te


Come pure della tua tenerezza


E sembra che io non mi stanchi mai 


di amarti, di amarti


Mai un sentimento fu così forte


Desidero le dolci cose che fai


E sembra che io non mi stanchi mai di amarti


Dovessero sgretolarsi le montagne


La pioggia cessare di cadere


E se il fiume fermasse il suo corso


Tu saresti ancora il mio tutto, su tutto


E se le nuvole dovessero offuscare il cielo


Da non permettere alla luce del sole di oltrepassare


Non mi stancherò mai mai mai mai mai


mai di amarti




postato da: Prisma2002 alle ore 15:27 | link | commenti (16)
categorie: anima, blog-connessioni, parola e musica
domenica, 28 settembre 2008

... "Perchè lo dice mamma!" ?

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Solitudine - Racconto di Enzo Maria Lombardo


Mariolino Quarnara aveva undici anni quando si ammalò di dentro ma non fu curato bene perché anche da fuori sembrava malato.

Era troppo gracile e smunto e i suoi capelli biondi ed un po’ ricci, gli incorniciavano un viso lentigginoso, un naso troppo grosso e due orecchie a sventola che gli davano un’aria scanzonata in contrasto con i suoi occhi tristi, troppo chiari, quasi trasparenti, in cui sembrava poterci guardare  dentro l’anima martoriata.

Quando Mariolino si ammalò cominciò a sentire le voci. Dapprima erano voci sottili che non dicevano niente. Sussurravano e basta. Quasi un suono modulato ed insistente. Suoni di nulla.

Ma poi, oltre ai sussurri, a volte Mariolino, di notte, sentiva gridare. L’incubo sbiadiva lentamente e svaniva del tutto quando arrivava sua madre, con il viso teso e gli occhi sbarrati.

- “Mariolino, Mariolino, perché gridi? Che hai? Hai l’attacco?”

Lui non lo sapeva cos’era “l’attacco”. Però sua madre ne aveva paura e piano piano si abituò ad averne anche lui.

Lo temeva, quell’attacco. Se l’aspettava come una cosa atroce e dolorosa che doveva colpirlo senza pietà. Magari domani. Magari nel sonno, a tradimento.

- “No, mamma, non ce  l’ho l’attacco. Sentivo gridare.”

- “Sognavi, Mariolino. Sognavi. E ti scopri tutto scalciando come un mulo. Magari hai la febbre e ti viene l’attacco. Fai sentire…”.

Una mano fredda si posava sulla fronte di Mariolino, la tastava ben bene scivolando da una tempia all’altra, in una specie di rito che si concludeva sempre con un: “E’ calda, è calda..”

Le voci tacevano, allora, sommerse da quella stridula della madre. I colori del sogno diventavano più sbiaditi e restava solo il fresco della benda bagnata d’aceto sulla fronte, l’odore pungente e piacevole che gli pizzicava il naso e il duro del termometro all’ascella.

Ma l’aceto e le medicine non potevano guarirlo.

Forse doveva capirli quei sussurri e quei suoni disperati e cupi che gli rimbombavano  nel cervello e fermarli anche, prima che svanissero. Questo pensava Mariolino accoccolato in una posa fetale con la coperta che gli copriva gli occhi riportando la notte.

.

E così Mariolino cominciò a guardarsi dentro, e quando, prima di dormire, le voci ricomparivano, lui tentava di seguirle con una parte del cervello già semiaddormentata. Le seguiva in un percorso tortuoso che immaginava ogni volta con più dettagli.

Le seguiva strisciando furtivo su muri di pietra coperti di muschio, interrotti da cancelli di ferro che portavano a case i cui tetti spuntavano oltre le siepi alte. Le seguiva su strade e piazze sconosciute e deserte dove di tanto in tanto si fermava ad ascoltare.

Li sentiva, quei sussurri rancorosi, spingersi sopra gli alberi dei viali, mescolarsi allo sciacquio delle fontane, cantare assieme agli zampilli d’argento e vibrare con i riflessi della luna nell’acqua.

Poi, quando i suoni svanivano, anche le strade e le piazze scomparivano lasciandolo esausto e tremante tra le lenzuola bagnate di sudore.

Una notte, poco prima di cedere al sonno, gli sembrò che le voci diventassero un poco più forti e più chiare (ma sempre incomprensibili) e si vide nel viale alberato di casa, proprio sotto il suo portone, nascosto tra le macchine parcheggiate.

Da lì poteva vedere senza essere visto e soprattutto poteva ascoltare le voci che fluivano dalla finestra del salotto, lasciata socchiusa. Come in un gioco.

A poco a poco, dopo aver stretto forte gli occhi immergendosi nel buio caldo del suo letto, alcune voci gli divennero familiari e qualche parola gli parve addirittura comprensibile.

Erano parole smozzicate e cupe. Di suo padre e sua madre. Parole concitate, gridate in un sussurro. Erano sibili più che parole, uscivano dalla finestra e si perdevano incomprensibili nel viale. Una parola era però rimasta intatta vibrando nell’aria della notte, chiara e sibilante, immersa nella strada buia, destinata a vagare oscillando tra i rami degli alberi: “Vattene!”.

Dura e tagliente come una lama sottile quella parola vorticò ruotando tra i grossi tronchi del viale e tranciò le foglie al suo passaggio che caddero come pioggia. Dura e tagliente quella parola si conficcò come un coltello tra le pietre del selciato, vibrando: “Vattene!”.

Poi più nulla. Solo un senso di panico e di solitudine: ed a questo nulla, a questa solitudine ed al silenzio improvviso della notte, Mariolino gridò. Si sentiva sommerso dalle foglie cadute e faceva fatica a respirare. Gli alberi che conosceva bene e che erano suoi amici erano improvvisamente diventati neri e spogli, e la bella strada con le poche macchine colorate fra gli alberi ora gli faceva paura, anch’essa nera e con i fanali oscurati e tutta coperta di foglie fredde e morte.

.

Sempre gridando Mariolino si svegliò tra le lenzuola bagnate e restò lì, ansimando e cercando di capire, mentre una paura cosciente gli mordeva il ventre e gli irrigidiva le gambe.

Perché quella parola, era ancora nell’aria della stanza: la sentiva rimbalzare piano tra le pareti, la vedeva quasi materializzarsi sul soffitto, scendere sul letto come una coltre opprimente, soffocante.

- “Mariolino, Mariolino. Calmati Mariolino. Hai sognato. Non è niente.”

Mariolino aveva l’impressione che la madre volesse spazzarla via, quella parola, dalle pareti e dal soffitto. Cancellarla dalla coperta che l’avvolgeva come un bozzolo, disinfettare l’aria che ancora vibrava di paura, togliendogli la possibilità di capire.

“Perchè hai detto quella parola, mamma?” – voleva dire Mariolino – “E’ una parola cattiva, terribile. Una parola che fa restare soli. Perchè l’hai detta mamma? Entra nella testa e non ne esce più. La fa scoppiare.”

Ma non disse nulla Mariolino.

Perchè non lo diceva a nessuno, Mariolino, che da quella notte, forse recente ma ormai in parte rimossa e persa in un ricordo confuso con i sogni, da quella notte aveva paura.

.

Guardò sua madre con gli occhi sbarrati, ora sveglio del tutto, tentando di calmare il proprio respiro affannoso.

-  “Non ho avuto l’attacco, mamma – la prevenne Mariolino – vedi che non tremo?”

Seduta sul letto sua madre cominciò a toccarlo sulla fronte, tirandogli con una mano le coperte fino al mento.

- “Certo che non hai avuto l’attacco, Mariolino. Devi solo stare calmo.”

- “E se mi viene di notte?”

- “L’attacco?”

- “Sì.”

- “Devi solo stare calmo e prendere le medicine. Ma vedrai che non viene. E se ti viene poi passa. Non è niente...”

.

Mariolino voleva quelle parole ed insieme ne odiava il suono. Erano parole rassicuranti a cui aggrapparsi per non essere spazzato via come una foglia al vento ma erano anche uno schermo opaco attraverso cui riusciva a vedere solo ombre confuse.

Sentiva, Mariolino, il sottile piacere di essere accarezzato, il piacere di essere visibilmente malato e di essere così importante per sua madre, la cosa più importante al mondo, una cosa preziosa.

Ma insieme si chiedeva, ad un livello diverso della coscienza, perchè mai doveva essere così malato dentro, così diverso dai suoi compagni, così solo.

.

- “Mamma, mi passerà davvero?”

- “Prima dell’estate ti passa, Mariolino, non temere. Lo ha detto il dottore. Non l’hai sentito?”

- “Perché prima dell’estate?”

- “Deve fare il suo corso.”

- “Così perdo scuola, mamma. E i compagni.”

- “Non perdi niente, Mariolino. I compiti li fai ed i compagni li troverai l’anno prossimo o te ne farai degli altri. E poi i tuoi compagni vengono a trovarti a casa, non è lo stesso?”

La madre aveva  già inzuppato la pezza bagnata d’aceto e lui aspettava la fresca sensazione sulla fronte sudata.

Non è lo stesso – pensava Mariolino. No, che non è lo stesso. A scuola sì che erano compagni, con cui giocare, fare a pugni, scambiarsi le figurine e rubarsi la merenda. Qui, a casa, Moratti e Sanfilippo vengono solo per pietà. Sorridono per pietà. Non sono più compagni e neppure amici. Ti portano i compiti da fare e basta. Due minuti e via. Nessuno vuole giocare con uno che è malato e trema tutto..

No, Mariolino non aveva compagni. Non aveva amici.

O almeno non erano quelli i suoi amici.

.

Però un amico ce l’aveva. Uno vero, uno con cui giocare e volersi bene. Uno che non veniva vicino solo per pietà, ed era Nico, il suo cane.

Anzi era il cane di suo padre ma ora era tutto suo. Un bel cagnone grosso, con la coda e le orecchie quasi da lupo, ma il muso no: il suo muso era più bello di quello dei cani di razza.

Ed era tutto suo perché solo lui gli voleva bene, a Nico, in quella casa.

Nico era mal sopportato da sua madre. “Bel regalo mi ha lasciato tuo padre: poteva anche farne a meno!” – ripeteva – “Perché ci sei affezionato…se no… ”

La lasciava sempre in sospeso, quella frase. Non lo diceva mai che l’avrebbe cacciato via, quel cane, ma tuttavia quella remota possibilità restava.

Così Mariolino sentiva il dovere di proteggerlo, il suo Nico. E, quando non stava troppo male, nascondeva i peli lasciati sui tappeti, sfregava le orme lasciate sulla cera dei pavimenti, curava la cuccia nel giardino e gli dava da mangiare biscotti e cioccolata di nascosto.

Lo rimbrottava, anche, tirando su una di quelle grosse orecchie e sussurrandogli dentro le cose che non doveva fare.


*  *  *


Poi un giorno Mariolino, si aggravò. Sudava di continuo per la febbre e si acuirono i tremori alle gambe.

Anche i due compagni di scuola furono allontanati o evitarono di venire a trovarlo e Nico venne esiliato in giardino.

Unica presenza, oltre la madre, il vecchio medico di famiglia che veniva spesso “a vedere i miglioramenti”, come diceva. Ma poi parlava fitto fitto con sua madre, sull’uscio di casa, prima di andar via, troppo piano per poter sentire.

- “Forse facciamo un viaggio, Mariolino. Un viaggio a Genova.” – gli disse un giorno la madre dopo avere accompagnato il medico alla porta. Aveva gli occhi rossi ed un sorriso forzato.

-“Dov’è Genova?”

-“E’ lontano, al nord. E c’è un posto, in quella città,  dove potrai guarire completamente”.

-“E Nico?”

-“Nico lo lasci. Non muori se non lo vedi per quindici giorni. Ci penserà Teresa.”

 “E invece sì, - pensò Mariolino -  posso morire senza Nico e morirà anche Nico senza di me. Teresa lo lascerà crepare di fame in giardino.”

E così, d’impulso, gridò:

- “No, non lo lascio il mio Nico, non lo lascio!” e si mise a chiamarlo, a chiamarlo “Nico! Nico!” sempre più forte finché quel nome diventò un unico urlo e si sentì raspare la porta del giardino. Nico voleva entrare.

.

La madre si asciugò gli occhi con la mano. Poi il viso le diventò improvvisamente duro.

“- Nico deve restare fuori, lo capisci? Quel cane ti può fare aggravare, lo ha detto il medico. Non è igienico, per te, lo vuoi capire?!”

Il cane continuava a raspare, furiosamente, e si sentivano i guaiti sin da laggiù.

- “Com’è vero Iddio se quel cane entra lo butto fuori di casa...” -  La voce della madre era bassa, tagliente, implacabile.

Era questa la frase che Mariolino temeva, ed era una frase non del tutto nuova per lui. Almeno nel tono, così cupo e minaccioso. Quella frase gli sembrava di averla sentita più volte, anche durante le sue fantasie notturne alla scoperta delle voci e dei sussurri incomprensibili.

Forse era questo il tono che si mescolava al rumore delle foglie dei viali, che aleggiava nell’aria coprendo la luce della luna, che rendeva buie le piazze e neri i zampilli delle fontane?

Era questo il tono di un ricordo che voleva cancellare, di quel ricordo che si trasformava in un peso continuo sotto cui l’anima schiacciata gridava e gridava e gridava…?

.

Al raspare furioso di Nico si sostituì improvvisamente uno scalpiccio sui pavimenti lucidi di cera, uno zampettare ansioso, un guaito sommesso. Poi il cane si precipitò nella stanza e, ignorando la madre sbigottita, saltò sul letto e prese a leccare la mano di Mariolino, cercando con le zampe il suo corpo nascosto dalle coperte, quasi a volerlo proteggere ed abbracciare.

.

Il tempo parve dilatarsi e rallentare. Mariolino vide, come in un film alla moviola, gli occhi della madre farsi stretti, aspirare l’aria quasi a riempirsene i polmoni per prepararsi ad un unico urlo, e vide lentamente il braccio di sua madre stendersi, un dito puntare sul cane che ora si era steso completamente sul corpo, quasi a fargli da scudo.

Vide il biancore dei denti fra le labbra stirate di sua madre ed il rosso della sua lingua e restò in attesa.

E l’urlo arrivò.

Arrivò insieme a quella parola che vorticava nei suoi strani incubi ad occhi semiaperti e che ora sentiva chiaramente con lo stesso tono e la stessa forza: “-Vattene!”

.

E mentre il cane scendeva, quasi strisciando, dal letto, le orecchie penzoloni, la coda invisibile tra le zampe, Mariolino ricominciò a tremare.

.

Ma non era un nuovo attacco: era panico e solitudine.
 


 

postato da: Prisma2002 alle ore 22:08 | link | commenti (3)
categorie: famiglia, storie, narrativa, solitudine, blog-connessioni
sabato, 14 giugno 2008

Il futuro è di chi sa pensare... e ricordare

voceLuna




 




 




 




 


Solo i rari e preziosi "pre-vecchi" di questo tipo hanno ancora potuto proporre un futuro ai giovani.


"Solo i vecchi hanno un futuro", è il titolo di un importante testo di Gabriele del 13 giugno che si può ritrovare in "ARTICOLI RECENTI". "Ho aiutato i ragazzi, dal primo liceo, a pensare: li ho incoraggiati ogni giorno a pensare, a credere nei loro pensieri. Ho fatto comprendere loro il nesso esistente tra pensiero e linguaggio, l’interazione esistente tra pensiero e linguaggio; tra esperienze di pensiero ed esperienze di linguaggio.  ... ".


Le parole di Gabriele mi hanno fatto riprendere in mano questo articolo di Marco Lodoli


















Il silenzio dei miei studenti che non sanno più ragionare


di MARCO LODOLI






(apparso su "La Repubblica" del 4 ottobre 2002)






L'ottimismo, anche se temperato dal dubbio e dal buon senso, è un dovere di ogni insegnante, che deve comunicare ai suoi alunni sempre e comunque un po' di fiducia nella vita. Dunque anche io cerco di vedere il bicchiere mezzo pieno, di incoraggiare ogni volontà di miglioramento e di rimarcare gli aspetti più belli dell'esistenza.



Eppure da un po' di tempo un pensiero atroce si è installato nella mia mente, mi tromenta, mi preseguita, e ormai sono arrivato al punto di doverlo assolutamente comnicare a chi per età, lavoro, interessi, è lontano dal mondo dei ragazzi. La cosa è questa: a me sembra che sia in corso un genocidio di cui pochi si stanno rendendo conto. A essere massacrate sono le intelligenze degli adolescenti, il bene più prezioso di ogni società che vuole distendersi verso il futuro.



Non dovete prendere questa mia affermazione in modo metaforico, e non dovete neanche pensare a una delle solite tirate contro i giovani che non hanno voglia di fare niente, che disprezzano i valori alti e la cultura. Non si tratta di denunciare un certo naturale menefreghismo e nemmeno l'inclinazione ossessiva al consumo che dimostrnao i gruppi giovanili. La mia non è la sparata moralistica di chi rimpiange i bei tempi in cui i ragazzi leggevano tanti libri e facevano tanta politica. Io sto notando qualcosa di molto più grave, e cioè che gli adolescenti non capiscono più niente.



I processi intellettivi più semplici, un'elementare operazione matematica, la comprensione di una favoletta, ma anche il semplice resoconto di un pomeriggio passato con gli amici o della trama di un film, sono diventati compiti sovrumani di fronte ai quali gli adolescenti rimangono a bocca aperta, in silenzio. Le qualità senitmentali sono rimaste intatte, i miei alunni amano, odiano, fanno amicizia, si emozionano, si indignano, arossiscono, ridono, piangono, tutto come sempre - male capacità logiche, mentali, paiono irreparabilmente compromesse.



In ogni classe ormai ci sono almeno die o tre studenti che hanno bisogno dell'insegnante di sostegno: voi penserete che si tratti di ragazzi affetti da qualche handicap fisico o da qualche grave disturbo mentale, ma spesso non è così. All'inizio è persino difficile distinguerli dagli altri, perché nella classe paiono tutti ugialmente storditi, come si i cervelli avessero subito qualche lieve ammaccatura. Questi quindicenni sono sani e pressocché normali, e a me sembrano solamente l'avanguardia di un mondo diretto verso le tenebre. Semplicemente non capiscono niente, non riescono a connettere i dati più elementari, a stabilire dei nessi anche minimi tra i fatti che accadono davanti a loro, che accadono a loro stessi. Ripeto: sono appena più inebetiti degli altri, come se li precedessero di qualche metro appena nel cammino verso il nulla.



Loro vengono considerati ragazzi in difficoltà, ma i compagni di banco, quelli della fila davanti o dietro, stanno quasi nelle stesse condizioni. Gli insegnanti si fanno in quattro, cercano di rendere le lezioni più chiare, più dirette, si disperano e si avviliscono, ma non c'è niente da fare, le parole si perdono nel vento, sono semi che rimbalzano su una terra asciuttissima che non fiorisce mai.



La cosa più triste è che questo deficit progressivo dell'intelligenza si nota soprattutto nei ragazzi delle classi sociali più povere. I giovani borghesi hanno in casa libri, dischi e computer, hanno genitori ambiziosi e fratelli in carriera, hanno cento stimoli in più per andare avanti decifrando in qualche modo la realtà. I giovani delle borgate sono avvolti da un'ottusità che fa male. Veramente non capiscono nemmeno chi sono e cosa stanno facendo, spesso non sanno più incollare una parola all'altra, un pensierino a un altro pensierino. Sono perduti a una demenza progressiva e spaventosa. Crescono rintronati dalla televisione, dalla pubblicità e da miti bugiardi, da una promessa di felicità a buon mercato, da mille sirene che cantano a squarciagola, e accanto a loro non c'è altro che riesca a farsi spazio. E così, poco alla volta, perdono ogni facoltà intellettiva, fino a diventare totalmente ottusi.



Sia chiaro: il problema non è che non sappiano nulla di una guerra imminente o dell'Europa unita o di chi ha vinto l'ultimo festival del cinema a Venezia; il problema è che non riescono a ragionare su nessun argomento, perché qualcosa nella testa si è sfasciato. Vi prego di credermi, non sono un apocalittico, non grido al lupo al lupo solo per creare apprensione. Sono semplicemente un testimone quotidiano di una tragedia immensa. Il nostro mondo è in pericolo non solo per l'inquinamento, la violenza, l'ingiustizia, il prosciugamento delle risorse prime. La nostra civiltà rischia grosso soprattutto perché la confusione sta producendo esseri disadattati, creature che non saranno in grado di cavarsela, milioni di giovani infelici che strada facendo - la strada che noi adulti abbiamo disegnato - hanno perduto il pensiero. Dopo essersi spente nelle campagne, le lucciole ora si stanno spegnendo anche nelle teste.








Alla luce di questo articolo, GRAZIE, Gabriele e Amalteo!




 

postato da: Prisma2002 alle ore 09:01 | link | commenti (7)
categorie: futuro, blog-connessioni