Sfaccettature, Luci e Riflessi

Percorsi a "passo d'uomo"

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Utente: Prisma2002
Nome: Prisma2002
"No, non siamo fatti di parole: la carne e il sangue non sono pagine. Noi non abbiamo una storia, nè raccontiamo una storia, ma siamo posseduti da una storia che ci racconta. [...] Ci sono storie che ci raccontiamo per tutta la vita. Queste storie, vertebre di parole, sostengono le nostre menti, ci sorreggono, aiutandoci a stare in piedi, se non dritti, quantomeno soltanto un po' curvi." (Nomi Eve, Il frutteto di famiglia)

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giovedì, 03 maggio 2007

Il sogno dell'incontro

guardarsi




 




 




 




 


La tribolazione di una mamma che ho incontrato in questi giorni mi ha rimandato a questo scritto autobiografico di Jackie Kay. La sua è una poesia drammatica, diretta e incisiva, che sa descrivere realtà e sogno con eguale intensità. La voce delle tre donne - due donne bianche e una ragazza nera, figlia di entrambe – nei tre monologhi intrecciati, è coinvolgente.     




 







Ha telefonato l’assistente sociale,




è una bambina ma non sta bene




finchè non starà bene




non potrà passare il test medico.




Non si possono firmare le carte dell’adozione.




Ho messo giù il telefono .




Ero tutta accaldata. Non si agiti.




Cosa s’aspetta quella? Non sarò una madre




finchè non avrò firmato quel pezzo di carta.




 




Il ritmo del treno mi porta




sulla terra gelata




il movimento cadenzato è consolatorio




il dondolio di una culla.




 




Forse le parole mi stanno scritte




in fronte




un titolo in inchiostro sottile




MADRE RINUNCIA AL BAMBINO




 







Nessuno lo immaginerà mai.




Non avevo scelta




Comunque è la cosa migliore per lei,




La mia firma sulla linea tratteggiata.




 







La terra si muove come una mandria compatta




 




Devo smetterla. Togliermela dalla mente.




E’ inutile rimuginarci sopra.




Sono contenta che abbia trovato una casa.




Questo panino è di plastica.




 




Ho dimenticato di mettere lo zucchero nel thermos.




L’uomo dall’altra parte del tavolo continua a fissarmi.




Avrei dovuto portare un altro libro –




questo personaggio sa solo baciare e dire mi dispiace




 




andarsene e tornare,




siamo tutti ingenui ad avere fiducia.




Una volta mi piaceva l’inverno




gli spazi vuoti, l’aria fresca.




 




Quando arrivai a casa




andai in giardino –




il gelo mi attanagliava i vecchi stivali marrone –




e scavai una buca grande come la mia bambina




e seppellii il corredino che avevo comunque comprato.




Una settimana dopo ero alla finestra




e vidi il terreno muoversi e gonfiarsi




come stesse per germogliare,




fu allora che lei cominciò a piangere.




Le feci un servizio funebre, cantai




Ye banks and braes, piantai




un rosaio, lessi il libro di Giobbe,




mi maledissi mentre scavavo la fossa per la mia




bambina




e cospargevo la cenere del caminetto.




Quella stessa sera tardi




lei entro dalla finestra,




la mia piccola Lazzaro




e mi si attaccò al seno.




 







La mamma mi ha comprata in un negozio




La mamma dice che ero una bella bambina




 




La mamma mi ha scelta (ero la migliore)




tua mamma ti ha dovuto prendere (non aveva scelta)




 




La mamma dice che non è la mia vera mamma




(ma scherza)




 




E’ un po’ come la parte che hai tanto provato




la sera della prima non riesci a recitarla




 




Dice che la mia vera mamma è lontana molto lontana




Mamma perché io e te non siamo dello stesso colore




Ma io voglio bene alla mia mamma che sia vera o no




 




Il cuore ha cominciato a farmi trac trac trac come un




tamburo di latta




le parole sono scappate via su un altro pianeta




 




Perché




 




Sentivo la commozione nella sua voce




dico non sono la tua vera mamma,




ma solo Dio sa perché l’ho detto,




Se io non lo sono chi lo è, ma tutto il discorsetto ben




preparato




è volato fuori dalla finestra




 




Dopo che la mamma m’ha detto che non era la mia vera




mamma




m’è venuta una gran paura che si sarebbe sciolta




o qualcosa del genere o forse scomparsa nel cuor




della notte… . Così il giorno dopo le ho toccato la pelle




per vedere se era vera, ma forse era solo una bella imitazione.




… Ho frugato tutta la casa in cerca di indizi




ma non ho trovato niente. Il giorno dopo comunque




mi hanno regalato il porcellino d’India e non ci ho più




pensato.




 




Ho sempre creduto che bisognasse dirlo.




Non si può tenere segreta una cosa così




volevo che pensasse a quell’altra madre




lontana 




 







Adesso quando la gente dice “però




non è come avere un figlio tuo, eh?”




io dico certo che lo è, che altro è?




E’ la mia bambina, le ho raccontato le favole




ho pianto ai suoi dispiaceri, riso alla sua felicità




 







D’un tratto il sole è sparito




quasi come non ci fosse mai stato. 




All’improvviso gli alberi hanno perso forza




e il vento ha sfiorato l’erba




un filo dopo l’altro, veloce come la calunnia




 




Anni dopo, le voci si fanno ancora sentire




soprattutto nei sogni, non echi lontani




forti – un trapano pneumatico – sempre più in




profondità.




Ho vissuto lo scandalo, l’ho portato con leggerezza




tutto eccetto il più lieve sussurro:




ho perso un mucchio di peso.




 




Ora il mio segreto è il silenzio delle pesanti tende




tirate.




Una calligrafia sconosciuta mi fa paura




a volte sussulto al suono del telefono,




ha diciannove anni ed è maggiorenne.




La notte a letto provo le mie battute




ma “mi dispiace” non sembra mai sufficiente







 




Non so che malattie




ci siano nella mia famiglia;




quando il dentista e il dottore mi fanno




le solite domande sui consanguinei




dico: non ho né naso né bocca né occhi




da confrontare, somiglianze sputate o certificati di morte,




la mia faccia si riflette nello specchio.




I miei genitori non hanno il mio stesso albero




genealogico




e voi continuate a dargli importanza,




il sangue, i legami, il succedersi




delle generazioni.




Abbiamo tutti delle incongruenze,




quelli col naso della madre e gli occhi del padre




le hanno;




il sangue non impedisce la confusione,




eppure io confesso la mia incongruenza




voglio conoscere il mio sangue







 




So che pensa spesso a me




quando la luce fa capolino




o il buio si rintana dietro le colline,




è lei che evoca la mia presenza o sono io che compaio




quando ne ho voglia, le mie pantofole




sono silenziose e passo attraverso le porte.




 




Lei è a letto; io la sveglio




basta un buffetto sulla guancia,




poi la faccio pensare a me per ore.




La cosa migliore che so rubare è il sonno.




Mi infilo sotto il piumino e bisbiglio




non conoscerai mai davvero tua madre




So chi pensa che io sia – si sbaglia di grosso. …




 




… Basterebbe una volta,




solo per ascoltare la sua voce




guardare il modo in cui muove le mani




quando parla.




 




… Da quattro mesi ho il numero di mia nonna




che lascia un buco rovente nell’agenda…




 




… Le dicevo sempre, se vuoi,




io non me la prendo.




Al posto suo, avrei fatto lo stesso.




La curiosità. E’ naturale. Le origini.




 




Se me la figuro così fa meno male




Siamo timide tutte e due




anche se i nostri occhi non lo sono,




penetrano sotto la pelle.




Non siamo come ci eravamo immaginate







 




Questo soggiorno è senz’anima,




un nudo tavolo di legno e qualche libro.




Non ci abbracciamo e non ci diamo nemmeno la mano




però ci scambiamo dei sorrisi improvvisi come fiammate




che poi si spengono .




Le sue dita giocherellano con la fede,




io ho ripreso a fumare.




 




Anche dopo sulla spiaggia non ci facciamo grandi




domande.




Camminiamo lente, caute come granchi




Non, allora cosa hai fatto in questi ventisei anni.




Ma solo a cosa stai lavorando, cose del genere.




 




Secoli più tardi raccolgo un sasso picchiettato




e lo butto in mare,




è così che te lo immaginavi?




Non l’ho mai immaginato.




Oh. Il tonfo arriva attutito.




Sarei impazzita a immaginarlo, sono lunghi ventisei anni.




 




Un sogno apre uno squarcio in un altro come un pesce




sventrato




niente è quello che era;




è stata immaginata troppe volte per essere di carne ed




ossa.




Non ci resta altro da dire.




Nessuna delle due accenna a un altro incontro.




 




Sua sorella ha detto che lei mi avrebbe scritto una lettera…




 




Tratto da: Jackie Kay, L’Adozione.  




 

postato da: Prisma2002 alle ore 18:16 | link | commenti (5)
categorie: biografie, adozione