
Il tema del “luogo affettivo”, della “casa nel luogo affettivo”, del bisogno di “mettere radici” mi è sempre interessato. Mi ritorna e mi tocca particolarmente con l’incontro di nuovi viandanti, di nuove storie.. di “separazioni”, di sopraffazioni, di violenze, maltrattamenti... . Ma forse non mi rendo conto fino in fondo della fatica del viandante, di cosa può voler dire non avere un “luogo affettivo” dove fermarsi, “posare il capo”, “riposare”.
In questi giorni sono “stata via”. Non ho la testa sgombra. Pensieri mi si affastellano.
Incomincio a lasciare qui questi due scritti, poi torno.
Il primo è un breve scritto che racconta dell’alpinista Walter Bonatti. Uno che con cura e determinazione estrema ha costruito il suo “nido d’aquila” per vivere, nonostante l’enorme fatica, certo possedendo strumenti personali intellettivi e fisici notevoli. E’ un’esperienza che mi torna alla mente e che ben esprime il bisogno di una casa nel proprio luogo affettivo.
“.. Per costruirsi il suo “buen retiro” al centro dell’arco perfetto delle Alpi, Bonatti s’è spaccato la schiena trasportando massi enormi di granito. Le sue mani nodose, così come le rughe da Cheyenne, dicono, salutandoti sulla porta, tutta la storia di questo uomo-contro, mai sceso a compromessi con nessuno. Ma quelle stesse mani, tagliando l’aria con dolcezza, quasi circospezione, rivelano anche l’infinita prudenza di uno che altrimenti non sarebbe sopravvissuto a tante bufere. Il tempo lo ha addolcito. Me ne accorgo quando mi porta nella sua stanza-archivio e rivedo le foto degli inizi. Mostrano un individuo in guerra con se stesso. Oggi no, uomo e volontà hanno fatto la pace. Anche la sua voce lo dice. Più rotonda, persuasa. E poi la compagna, nata in Libia, esploratrice forse più inquieta del compagno. Una che da piccola scappava di casa per mangiare dalle donne dei Tuareg il cus-cus impastato con la saliva. … “.
Tratto da: Repubblica, 14 agosto 2003
Gli spunti del secondo scritto sono tratti da un articolo di Susan Stanford Friedman. Parlano della fatica del viandante.
L’articolo si intitola “Corpi in movimento. Poetica del concetto di casa. Poetica della diaspora.”
L'articolo è apparso in inglese su Tulsa Studies in Women's Literature (January 2005).
Traduzione di Adele D’Arcangelo.
“Cosa accade allo spirito umano sospeso tra due mondi, ai desideri e alle nostalgie che attraversano e riattraversano confini geografici e culturali? Cosa accade ai regni dell'intimità e della famiglia durante le migrazioni, le dislocazioni, le ricollocazioni? Per alcuni asiatici-americani, scrive Meena Alexander nel suo saggio-poema Alphabets of Flesh (Alfabeti di carne), "[…] l'assimilazione si traduceva nel fare bene, molto bene, non solo nel fare. Ma le strade costellate d'oro sono difficili da percorrere e ciò che accade nel cuore può rappresentare una tregua". […]
Che le strade siano o meno "costellate d'oro" (e per molti migranti non lo sono affatto) è nell'intimità che l'esperienza della diaspora si fa più dura.
L'intimità comincia nel corpo, ha bisogno del corpo, il corpo di una carezza, il corpo delle sensazioni e dei sentimenti, il corpo della parola: "Che cosa sono il luogo del desiderio, del piacere e il corpo affettivo nella nostra definizione dei meccanismi ambivalenti imposti dall'autorità sociale?" è una domanda che pone Homi Bhabha. Il corpo affettivo, il corpo che sente, può essere la sede del piacere, ma anche del dolore; il luogo della resistenza, ma anche della mutilazione e dell'abiezione. "Si è marchiati dal proprio corpo", osserva Alexander "ma di che tipo di marchio si tratta?" ( Alphabets of Flesh , p. 149). Qualunque sia il passaporto che possediamo, il corpo che appare "straniero" è soggetto a una moltitudine di sguardi, dal più curioso e sgarbato a quello più aggressivo e pericoloso. Come nota la scrittrice libanese espatriata Etel Adnan nel suo volume epistolare di meditazioni di viaggio , Of Cities and Women (Di donne e città), "Il problema è che il cuore non può mai essere separato dalla carne".
Il corpo è la casa del cuore. La carne è il corpo della casa. Ma cosa si intende per casa? Chi si sente davvero a casa mentre è a casa? Borderlands /
Voglia di casa :
Nella sua straordinaria Trilogia H.D. colloca una poetica della parola nel bel mezzo dei raid nazisti su Londra durante
… Lontana da casa, la poetessa ha nostalgia, ma non della casa opprimente in cui è cresciuta, piuttosto di una "casa" re-immaginata:
Portami a casa
là dove i canali
fluiscono
tra banchi di iris:
là dove la femmina dell'airone fa il suo nido. (p.32)
La voglia di casa è un desiderio del corpo, un sentimento che si avverte visceralmente, nella carne, nel "corpo affettivo". Tuttavia la homesickness /nostalgia di casa è un crittogramma; il termine si può leggere distinguendo tra il significato di homesick /nostalgici di casa e homesick/ stufi di casa. Dorothy nel Mago di Oz vive tale dicotomia: all'inizio è stufa perché non ne può più di casa sua e l'insofferenza della ragazzina viene rappresentata in modo surreale dal ciclone che la porta via, lontano. In seguito ha nostalgia di casa, agogna la sua fattoria nel Kansas, ne intensifica il ricordo attraverso ogni scena fantastica che vivrà durante il viaggio verso Oz. Dorothy anela alla sua casa, ma solo dopo aver realizzato il proprio desiderio di abbandonarla. La lezione appresa nel remoto regno della Fantasia è che si può tornare a casa pronunciando un semplice mantra: Nowhere is like home "Non c'è alcun posto come casa propria! Non c'è alcun posto come casa propria! Non c'è alcun posto come casa propria!". Recitando ripetutamente queste parole Dorothy verrà riportata indietro in un lampo: la lontananza e il senso di straniamento, frutti dell’essere stufa di casa sua, della rabbia avvertita quando era a casa, verranno così annullati.
La formula magica "Non c'è alcun posto come casa propria!" può, ancora una volta, essere letta in due modi: "Non c'è alcun posto come casa propria!" significa che casa tua è il miglior posto, quello ideale, tutto ciò che ogni altro posto non è. Qualsiasi altro luogo non potrà mai offrire la stessa felicità. Ma la frase si può leggere in maniera affatto diversa: " Non c'è alcun posto come casa propria!" significa anche che non esiste un posto, da nessuna parte che possa essere definito casa propria. Da nessuna parte vi è un luogo che sia una casa. La casa è un regno irraggiungibile di sogni e desideri. La casa è un'utopia, un non-luogo/un nessun-posto, uno spazio immaginario desiderato, ma costantemente perduto nel tentativo stesso di formarsene un'idea.
Con un'ulteriore piccola modifica nowhere/ nessun posto si trasforma in now here/ qui adesso . La casa è contemporaneamente "qui adesso" e in "nessun posto". Prendo a prestito questo esempio di omonimia e omografia dai sociologi Roger Friedrich e Deidre Boden, che hanno intitolato la loro raccolta di saggi sui concetti di spazio, tempo e modernità usando il termine NowHere, scritto con le lettere N e H maiuscole. Se, però, scriviamo con carattere maiuscolo la lettera W invece che
Home is where the heart is . Nato nel Punjab, emigrato in Gran Bretagna all'età di nove anni, il sociologo Madan Sarup riflette sul detto "La casa è dove sta il cuore" e si chiede:
Ma che cosa trasforma un posto in una casa? Si tratta di dove sta la tua
famiglia, di dove sei cresciuto? I figli di molti migranti non sanno a
quale luogo appartengono. Dov'è casa tua? Dove sono sepolti i tuoi genitori?
La tua casa è il luogo dal quale sei stato allontanato o nel quale ti trovi ora?
La tua casa è dove vive tua madre? [Home and Identity (Casa e Identità) p. 94]
Secondo Sarup, la casa per il migrante, per l'esiliato, per il rifugiato è il luogo delle tradizioni , così, nel rincorrere il bisogno di certezze, questi perdono di vista il fatto che la madre patria è in continua evoluzione. "Le tradizioni sono fluide, si ricostituiscono continuamente. Le tradizioni raccontano il cambiamento, il cambiamento di cui non si riesce o non si vuole prendere atto" (p. 97).
Aisha Ravindran, un'amica venuta negli USA da Kerala (India) grazie a una borsa di studio, mi spiega che le persone lontane da casa ricostruiscono le proprie tradizioni come se queste non mutassero mai, le congelano nel tempo.
….
Casa via da casa
La casa è un luogo? Una memoria? Un ideale? Uno spazio immaginato? Il buco nero del desiderio? Figlie della lontananza e della dislocazione le diaspore generano a loro volta, danno vita a una patria immaginaria, luogo di sedi e identità fisse. "La casa è un'idea", scrive Janet Zandy, "una geografia interna dove il dolore di voler appartenere finalmente ti abbandona, dove non c'è più alcun senso di "alterità", dove c'è infine una comunità". Nel suo saggio Homeplace bell hooks ritiene che la comunità vada ritrovata nelle case che le donne nere creano come rifugi opposti a un mondo esterno duro e senza cuore. Per lei, tuttavia, questa casa risiede nella memoria, non nel posto in cui è vissuta ma in quello dove è sempre andata in visita: la casa di sua nonna circondata da vicini bianchi che fissavano la piccola bambina nera con odio. In un saggio di argomento analogo, hooks opta per una definizione del concetto di "margine" e, in ultima analisi, di instabilità della casa:
A volte la casa non è da nessuna parte. A volte si conoscono solo lo straniamento e l'alienazione estremi. Allora la casa non è più solo quell'unico posto. E' in sedi diverse. La casa è quel luogo che ti permette di vedere, anzi crea prospettive molteplici e in continuo mutamento, un luogo dove si scopre di poter vedere la realtà in frontiere di differenza, in un mondo parte.
Essere a casa implica anche essere via da casa. Essere via da casa genera memorie fittizie del passato e sogni del futuro. Sandra Cisneros comincia la storia di una immigrata messicana a
Chicago che si sente senza una casa nella sua nuova casa in Mango Street: "Casa. Casa. Casa è un'abitazione in una foto, una casa rosa, rosa come malva stordita dalla luce"(98). La giovane protagonista del romanzo individua la sua idea di "casa" nelle potenzialità espressive di una futura scrittrice, Esperanza, che estrania il famoso tropo della "stanza tutta per se" di Virginia Woolf desiderando una casa come luogo in cui dichiarare la propria indipendenza.
Una casa tutta mia: Non un appartamento. Non un appartamento sul retro. Non la casa di un uomo. Non la casa di papà. Una casa tutta mia. Con il mio portico e il mio cuscino, le mie belle petunie color porpora. I miei libri e le mie storie. Senza dover agitare un bastone per spaventare qualcuno. Senza dover raccogliere l'immondizia che qualcuno si lascia dietro.
Solo una casa silenziosa come la neve, uno spazio dove possa entrare, pulito come la carta prima di una poesia. (p. 124).
E che cos'è la casa per le persone che sono in continuo movimento? Chandra Talpade Mohanty è cresciuta a Bombay ed è venuta come studentessa negli USA dove, in seguito, è rimasta con il suo passaporto indiano e la sua Green Card per insegnare. Chandra racconta:
Mi hanno posto la fatidica domanda 'Quando torni a casa?' ripetutamente per quindici anni ormai. Lasciamo perdere le sottili implicazioni razziste insite nella domanda, (come a voler dire "Vattene, non sei di qui"), quello che conta è che io non sono mai stata soddisfatta delle mie risposte. Che cos'è la casa? Il posto in cui sono nata? Dove sono cresciuta? Dove vivono i miei genitori? Dove io vivo e lavoro come adulta? Dove colloco la mia comunità, la mia gente? E chi è la 'mia gente'? La casa è un luogo geografico, oppure storico? Uno spazio emotivo e sensoriale?... Sono convinta che questa domanda, cioè come si intende e definisce la propria casa, sia una questione sostanzialmente politica. […]
Le persone che migrano sono variazioni sul tema della tartaruga proposto da Anzaldua, si portano sulla schiena diverse case - diaspore stratificate, in alcuni casi imposte, in altri decise.
Come fa inoltre notare Annalee Davis - artista specializzata in arti figurative, ma anche viandante nata nell'Arcipelago caraibico - a proposito della sua transitorietà, "Siamo sempre più forzati a dover accettare il fatto che la 'casa' non può essere esclusivamente uno spazio fisico, bensì una nozione che ci portiamo dentro nel profondo del nostro animo. L'ultimo viaggio è quello dentro di se".
La regista Mira Nair esprime un sentimento analogo in un'intervista rilasciata al New York Times : "Quando la gente mi chiede dove abito, di solito rispondo con una battuta 'Vivo sull'Air India', ma il rovescio della medaglia è che si vive nello spazio letteralmente rappresentato dal nostro cervello. La casa la portiamo sempre con noi. Si tratta di un concetto mentale che sembra funzionare bene, ma la realtà è che dentro ti senti lacerato". […]
Vivere nel corpo dello straniero è come non essere mai a casa, ma cosa accade se la casa stessa è la sede delle violenze sul corpo? La casa, di fatto, può nascere da un atto di violenza contro il corpo, anche mentre quel corpo viaggia, migra, o va in esilio. La salvezza forse non risiede né nella casa né nella patria, ma solo nel percorso in volo. Le narrative sulla diaspora spesso raccontano storie di viaggi verso una nuova terra, in cui la memoria e il desiderio producono un'immagine idealizzata della patria. Ma le violenze inflitte sul corpo, sia nelle case vecchie che in quelle nuove distruggono questi schemi all'apparenza familiari. […]
[…]
La storia di chi si costruisce una casa spesso poggia le propria fondamenta su una casa precedentemente distrutta; in parole più semplici, attraverso la distruzione della casa di qualcun altro si può fare piazza pulita per stabilirsi ex-novo in un posto. La fine del viaggio per un popolo può rappresentare l'inizio di una diaspora per un altro popolo. "I miei piedi sono lacerati, l'essere senza casa mi ha reso esausto" scrive il poeta palestinese Taufiq Sayigh nel 1960. Costruirsi una casa distruggendo la casa di un altro: è la storia ciclica dei popoli repressi nella storia. Succede continuamente, l'arcana affermazione delle specie territoriali, della gente che agognando una casa la toglie ad altri con la forza della propria sofferenza e del proprio desiderio. Grace Feuerverger cerca di interrompere questa ciclicità in Oasis of Dreams (Oasi di sogni), una etnografia delle scuole che insegnano la pace in un villaggio ebreo-palestinese in Israele, in cui la scrittrice sembra porre la domanda: arriveranno mai gli antichi cugini ad abbracciarsi?
[…]
La ninnananna di una vecchia Navajo in Storyteller (Chi racconta) di Leslie Marmon Silko piange i suoi figli perduti e offre conforto a un uomo morente cantando della terra come casa, mai perduta, eternamente presente:
La terra è tua madre,
ti stringe.
Il cielo è tuo padre,
ti protegge
Dormi,
dormi.
L'arcobaleno è tua sorella
ti ama.
I venti sono i tuoi fratelli
cantano per te.
Dormi
dormi.
Staremo insieme per sempre.
Staremo insieme per sempre.
Non è mai esistito un tempo
diverso da questo.
Disperso a casa propria
La casa stessa può esser un luogo di perdita, un luogo in cui ci si sente perduti. In Alphabets of Flesh, Meena Alexander ricorda quando è ritornata nella casa in cui è cresciuta a Kerala: "Sì, mi sento come a casa, sento tutti gli odori e riconosco tutte le immagini dell'India in una fragrante combinazione, ma non posso comunque vivere qui" (p. 150). Che cosa c'è in quella casa che lei, così come molti altri rifuggono, che cos'è che li spinge a non volerci tornare? Edward Said scrive: "Chi vive l'esilio sa che in un mondo secolare e contingente, le case sono sempre provvisorie. I confini e le barriere che ci racchiudono nella sicurezza di un territorio familiare possono anche diventare prigioni e sono spesso difese oltre ogni ragione o necessità. Gli esili attraversano i confini, rompono le barriere del pensiero e dell'esperienza".
Ma cosa accade a coloro che non avranno mai neanche l'occasione di vivere l'esperienza dell'esilio? Che vorrebbero viverlo, ma non possono? Nella sua poesia "My Community's Corner"(L'angolo della mia comunità) inserita in una raccolta intitolata Between Two Worlds (Tra due mondi) e pubblicata nel 1950, quando l'attuale concetto di rifugio segreto, rappresentato dagli interstizi creati tra mondi diversi, era ancora di là da venire, Maérico Paredes, poeta cicano critico letterario e antropologo riporta la sua esperienza:
All'angolo dell'altrove assoluto
e del futuro assoluto stavo io
in attesa di un semaforo verde
per lasciare il vicinato.
Ma quel semaforo era rosso.
E' questo il destino della gente divisa a metà
Restare sempre sull'angolo
in attesa del verde.
Alcune persone incatenate alla propria casa si sentono perdute in quel posto, "homeless at home/a casa senza casa" per dirla con Emily Dickinson. […] “.
