Sfaccettature, Luci e Riflessi

Percorsi a "passo d'uomo"

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"No, non siamo fatti di parole: la carne e il sangue non sono pagine. Noi non abbiamo una storia, nè raccontiamo una storia, ma siamo posseduti da una storia che ci racconta. [...] Ci sono storie che ci raccontiamo per tutta la vita. Queste storie, vertebre di parole, sostengono le nostre menti, ci sorreggono, aiutandoci a stare in piedi, se non dritti, quantomeno soltanto un po' curvi." (Nomi Eve, Il frutteto di famiglia)

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venerdì, 29 agosto 2008

Vivere in una atmosfera semplice e preziosa…

Tutto è iniziato cercando un dono da fare a degli amici, così mi è capitato tra le mani “Dizionario dell’abitare naturale” di Maurizio Corrado.. lo apro.. pagina 205 alla voce “Carl Gustav Jung”.. inizio a leggere incuriosita..


 


“Sul lago di Zurigo nel 1922 Jung costruisce la sua casa.


“Gradualmente, attraverso il mio lavoro scientifico, potei dare alle mie fantasie e ai contenuti dell’inconscio una solida base. Le parole e la carta, comunque, non mi davano l’impressione di essere abbastanza concrete; avevo bisogno di qualcosa di più. Dovevo riuscire a dare una qualche rappresentazione in pietra dei miei più interni pensieri e del mio sapere. O, per dirla diversamente, dovevo fare una professione di fede in pietra”.


In un primo momento pensa ad una costruzione rotonda con un focolare al centro, pensa alle capanne africane ma gli sembrano troppo primitive, allora impara a spaccare la pietra e inizia la costruzione insieme a due muratori locali. Un anno dopo la torre è pronta. Dopo quattro anni fa aggiungere una costruzione centrale con una dipendenza a forma di torre. Dopo altri quattro anni la seconda torre viene alzata di un piano, per ospitare il suo luogo privato, dove nessuno può entrare senza il suo permesso. Nel ’35 aggiunge una corte con una loggia aperta verso il lago. Dodici anni sono passati dalla posa della prima pietra. … Non c’è corrente elettrica né acqua corrente, Jung vive in una atmosfera semplice e preziosa, in “stanze che sanno di fumo e di legno e a volte di vino e carne affumicata”.”


 


Torno a casa e cerco una foto di questa splendida casa che Jung costruì con le sue mani..


Jung_Bollingen














Cercando la foto trovo questo articolo del 1993 pubblicato sul Corriere della Sera..


 


Tutto Jung in soli sessanta minuti


Videocassetta dal titolo "Dal profondo dell' anima " per la regia di Werner Weick, RED EDIZIONI. Una biografia dell' inventore della psicologia analitica Carl Gustav Jung. Suggestiva edizione speciale per ricordare il grande psicoanalista in occasione del trentennale della sua morte.


 


"Il ricordo dei fatti esteriori della mia esistenza si è in gran parte sbiadito o è svanito nel nulla. Ma i miei incontri con l' altra realtà, gli scontri con l' inconscio, si sono impressi in modo indelebile nella mia memoria. Ogni altra cosa al confronto ha perduto importanza".


Mettere la vita di Carl Gustav Jung dietro la macchina da presa, significa costringersi a passare di continuo dalla dimensione interiore a quella esteriore. L' interno sono le parole di Jung tratte da Sogni, ricordi, riflessioni (Bur), sono i quadri e le illustrazioni che commmentano la descrizione del suo percorso analitico e filosofico, sono le riprese dei corsi d' acqua: calmi o impetuosi come può essere l' animo. L' esterno sono le foto di famiglia, le testimonianze delle figlie, il commento di Joseph Cambpell.


Il titolo della videocassetta è “Dal profondo dell' anima”: sessanta minuti per la biografia dell' inventore della psicologia analitica.


"La storia di una vita comincia da un punto qualsiasi" per Jung il filo dei ricordi parte dalle emozioni dell' infanzia, ma il primo nodo, ovviamente, si chiama inconscio. "Mi sentii impegnato a sondare la mia psiche". Il risultato fu una pericolosa discesa nell' "abisso dove si creano le immagini". Il flusso delle fantasie oniriche l' avrebbe travolto se non fosse stato per Il libro rosso, dove per sedici anni riprodusse e classificò le immagini di quei sogni. "Tutta la mia opera, scrisse, e' sorta da lì ".


La tappa successiva del suo percorso furono i mandala. Dipinse quei cerchi magici per osservare le proprie trasformazioni psichiche. Ne fece uno al giorno per tutto il 1919. Con la videocassetta ora è possibile osservarne alcuni.


"Ma la carta e le parole non mi sembravano abbastanza concrete; avevo bisogno di una professione di fede in pietra". Così incominciò l' avventura di Bollingen. Voleva una casa rotonda, con il focolare al centro, come una capanna africana. La costruì con le sue mani, dopo aver trascorso sei settimane in una cava per imparare a spaccare le pietre. Il suo castello dei sogni, che doveva corrispondere ai sentimenti originari dell' uomo, fu ultimato in 12 anni. "Qui è possibile diventare ciò che sono, fui e sarò ". Quelle quattro torri con finestrelle strette rappresentavano per lui la sintesi fra il mondo esteriore e quello interiore. Lì, come racconta il nipote, un uccello poteva posarsi sulla testa di Jung e rimanerci per dieci minuti.


Verso la fine della sua vita Jung si confronta con il senso dell' esistenza. "Ho visto persone diventare nevrotiche perchè sono confinate in un orizzonte spirituale troppo angusto" osservava in aperta polemica con la povertà dei valori proposti dalla società dei consumi. Sul frontone della sua casa incise questa scritta: "Il primo uomo viene dalla terra ed è terreno, il secondo viene dal cielo ed è spirituale, che tu lo chiami o no, Dio sarà presente". Non era credente, se glielo domandavano rispondeva: "Io non credo, so". Religione per lui fu il tentativo, che impegnò tutta la sua vita, di mettersi in rapporto con i fenomeni dell' inconscio.


La videocassetta riproduce il film girato da Werner Weick per la televisione svizzera in occasione del trentennale dalla morte di Jung. Non sempre le immagini sono specifiche ed è facile confondere le illustrazioni di Jung con iconografia di altre fonti. Resta la suggestione. E il privilegio di poter accedere a un materiale, specialmente quello fotografico, per gran parte inedito.”


Fiori Cinzia


Da profondo dell


 


 


 


 


 


 


 


Trattandosi di una videocassetta non disponibile, come potevo non cercarla su eMule e, mentre aspetto la risposta, positiva, trovo su Youtube “Dal profondo dell’anima”, Video documentario sul pensiero di Carl Gustav Jung in 6 parti




Dal Profondo dell'Anima (parte1di6)




Dal Profondo dell'Anima (parte2di6)




Dal Profondo dell'Anima (parte3di6)


 



Dal Profondo dell'Anima (parte4di6)



Dal Profondo dell'Anima (parte5di6)



Dal Profondo dell'Anima (parte6di6)





… Il libro che mi è capitato tra le mani “Dizionario dell’abitare naturale” non è speciale, è un piccolo libro, ma, dopo questo post, non posso non regalarlo, tanto più che anche i miei amici vivono in una atmosfera “semplice e preziosa”…   


postato da: Prisma2002 alle ore 22:35 | link | commenti (5)
categorie: casa, psiche
mercoledì, 27 agosto 2008

Solzenicyn, una lezione da non liquidare - di Riccardo Bonacina

RUSSIA_-_solzhenitsyn


 


 


 


 


 


 


 





Leggo oggi sul settimanale “Vita” questo articolo di Riccardo Bonacina. Lo lascio qui. 


 


No, scusatemi, ma non si può archiviare la scomparsa di Solzenicyn con riflessioni storico-letterarie e come l’ennesima occasione di polemica politica sugli imbarazzati silenzi, o le frasi di circostanza, della sinistra nostrana che ha perso l’ennesima occasione per riflettere sul suo passato e sul suo futuro. È impressionante per chi come me è stato all’estero nelle scorse settimane vedere la differenza tra come la stampa italiana ha parlato di Solzenicyn dopo la sua morte il 3 agosto scorso, e come sia stata invece trattata sulla stampa estera. E non solo in Francia, dove uscì, a Parigi, per la prima volta, nel 1973, Arcipelago Gulag, ma anche in Gran Bretagna o negli Usa.


Aleksandr Isaevic Solzenicyn non solo ci svelò i gulag e gli orrori del socialismo reale, ma riuscì a nominare la malattia che sta all’origine di ogni totalitarismo, feroce o dolce che sia. E lo fece dal profondo di una prigione scrivendo su fogli nascosti sotto terra o da affidare a improbabili messaggeri, lo fece incidendo le parole sulla corteccia di betulla. Lo fece poi dimenticato in un bosco del Vermont in esilio. Ci insegnò quale sia lo spazio della libertà e della responsabilità personale rispetto ad ogni ideologia, sia quella comunista che quella consumista. La sua è una lezione da non liquidare per capire di più cosa sta succendo in Russia e cosa sta succedendo a noi, perciò vi propongo tre sue pagine.


Aleksandr SOLZENICYN, Arcipelago Gulag, vol. 1)


Per fare del male l’uomo deve prima sentirlo come bene o come una legittima, assennata azione. La natura dell’uomo è, per fortuna, tale che egli sente il bisogno di cercare una GIUSTIFICAZIONE delle proprie azioni. Le giustificazioni di Macbeth erano fragili e il rimorso lo uccise. Ma anche Jago è un agnellino: la fantasia e le forze spirituali dei malvagi shakespeariani si limitavano a una decina di cadaveri: perchè mancavano di ideologia.


L’ideologia! è lei che offre la giustificazione del male che cerchiamo e la duratura fermezzza occorrente al malvagio. Occorre la teoria sociale che permette di giustificarci di fronte a noi stessi e agli altri, di ascoltare, non rimproveri, non maledizioni, ma lodi e omaggi. Così gli inquisitori si facevano forti con il cristianesimo, i conquistatori con la glorificazione della patria, i colonizzatori con la civilizzazione, i nazisti con la razza, i giacobini (vecchi e nuovi) con l’uguaglianza, la fraternità, la felicità delle future generazioni.


Aleksandr SOLZENICYN, Un Mondo in frantumi, Harward 1978 La vita garantita dalla legge.


In conformità ai propri obiettivi la società occidentale ha scelto la forma dell’esistenza che le era più comoda e che definirei giuridica. I limiti (molto larghi) dei diritti e del buon diritto di ogni uomo sono definiti dal sistema delle leggi. A forza di attenersi a queste leggi, di muoversi al loro interno e di destreggiarsi nel loro fitto ordito, gli occidentali hanno acquisito in materia una grande e salda perizia. (Ma le leggi restano comunque così complesse che il semplice cittadino non è in grado di raccapezzarcisi senza l’aiuto di uno specialista). Ogni conflitto riceve una soluzione giuridica, e questa viene considerata la più elevata. Se un uomo si trova giuridicamente nel proprio diritto, non si può chiedergli niente di più. Provategli a dirgli, dopo la suprema sanzione giuridica, che non ha completamente ragione, provatevi a consigliargli di limitare da se stesso le sue esigenze e a rinunciare a quello che gli spetta di diritto, provatevi a chiedergli di affrontare un sacrificio o di correre un rischio gratuito… vi guarderà come si guarda un idiota. L’autolimitazione liberamente accettata è una cosa che non si vede quasi mai: tutti praticano per contro l’autoespansione, condotta fino all’estrema capienza delle leggi, fino a che le cornici giuridiche cominciano a scricchiolare. (Giuridicamente, sono del tutto irreprensibili le compagnie petrolifere quando acquistano il brevetto di invenzione di una nuova forma di energia per impedirne l’utilizzazione. Giuridicamente sono irreprensibili coloro che avvelenano i prodotti alimentari per prolungarne la conservazione: il pubblico resta pur sempre libero di non acquistarne).


Io che ho passato tutta la mia vita sotto il comunismo affermo che una società dove non esiste una bilancia giuridica imparziale è una cosa orribile. Nemmeno una società che dispone in tutto e per tutto solo della bilancia giuridica può dirsi veramente degna dell’uomo. Una società che si è installata sul terreno della legge, senza voler andare più in alto, utilizza solo debolmente le facoltà più elevate dell’uomo. Il diritto è troppo freddo e troppo informale per esercitare una influenza benefica sulla società. Quando tutta la vita è compenetrata dai rapporti giuridici, si determina un’atmosfera di mediocrità spirituale che soffoca i migliori slanci dell’uomo.


E contare di sostenere le prove che il secolo prepara reggendo solo sui soli puntelli giuridici sarà per l’innanzi sempre meno possibile.


Aleksandr SOLZENICYN, Vivere senza menzogna, febbraio 1974


Siamo a tal punto disumanizzati che per la modesta zuppa di oggi siamo disposti a sacrificare qualunque principio, la nostra anima, tutti gli sforzi di chi ci ha preceduto, ogni possibilità per i posteri, per l’ambiente, per migliori condizioni sociali, non c’è niente da fare, l’esistenza determina la coscienza, noi cosa c’entriamo, non possiamo far nulla. Invece no, possiamo tutto! Non è affatto colpa loro, è colpa nostra, soltanto nostra! (…) Ed invece è proprio qui ora che si trova la chiave della nostra liberazione, una chiave che abbiamo trascurato e che pure è tanto semplice ed accessibile: il rifiuto di parteciare personalmente alla menzogna. Anche se la menzogna ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto, su un punto siamo inflessibili: che non domini con la mia collaborazione! E’ questa la breccia nel presunto circolo vizioso della nostra inazione:la breccia più facile da realizzare per noi, la più distruttiva per la menzogna.


 


Quanto abbiamo da imparare.


 

postato da: Prisma2002 alle ore 22:08 | link | commenti
categorie: memoria, viandante
mercoledì, 06 agosto 2008

Il silenzio secondo Vito Mancuso

il-silenzio_thumbnail


 


 


 


 




Vito Mancuso, Il silenzio interiore e l'esperienza dello spirito


L’importanza del tema

Attribuisco un’importanza decisiva al tema del silenzio. Esso è legato alla vita interiore, alla dimensione contemplativa della vita, e se ha un senso la religione è esattamente quello di educare alla vita interiore: “Una sola è la cosa di cui c’è bisogno” (Luca 10, 42).

La via privilegiata per giungere alla vita interiore è il silenzio, come mostrano unanimi tutte le scuole spirituali, induismo (yoga come disciplina del silenzio), buddhismo, sapienza greca (Pitagora imponeva 5 anni di silenzio a chi voleva essere accolto come suo discepolo), il deserto nella tradizione cristiana.


Quindi parlando del silenzio, non parliamo di qualcosa di secondario, ma di essenziale.

La grande concorrenza che si è sviluppata tra le religioni e le spiritualità, che è appena agli inizi e che prenderà dimensioni sempre più ampie in questo mondo sempre più piccolo villaggio dal punto di vista delle idee, si gioca per la gran parte su questo, sulla capacità di nutrire le anime.La tesi

La mia tesi consiste nel sostenere che fare silenzio è la condizione necessaria per accedere all’esperienza dello spirito, la quale è lo scopo essenziale della religione.

Dico subito che qui si colloca la divisione fondamentale tra le religioni, le spiritualità e le filosofie dell’umanità, le quali sono segnate dalla divisione fondamentale tra chi identifica il silenzio con l’esperienza spirituale più alta facendo del silenzio il messaggio ultimo, il senso del mondo; e chi invece vede nel silenzio il più nobile degli strumenti per cogliere la realtà assoluta, ma non l’identifica con la realtà assoluta stessa.


La situazione

È indubbio che oggi vi sia una consapevolezza abbastanza scarsa nella coscienza cristiana media riguardo al silenzio e alla sua importanza. Ricordo la reazione a metà tra delusione e scetticismo del clero milanese alla prima lettera pastorale di Carlo Maria Martini, intitolata appunto La dimensione contemplativa della vita. Non vi sono dubbi che l’educazione cristiana tradizionale sia molto più improntata sul fare. Questo emerge anche dalla qualità della nostra preghiera, non sempre tale da rispettare l’indicazione di Gesù: “quando pregate non sprecate parole” (Matteo 6, 7), ed emerge dalla qualità delle nostre liturgie, così poco ricolme di autentica preghiera e di momenti di silenzio. Anche a livello di teologia spirituale si hanno le idee poco chiare sulla realtà alla quale spetta il primato, se debba essere la vita contemplativa come appare dalle parole di Gesù a Marta e a Maria, oppure la vita attiva, come appare dall’unico comandamento che è quello dell’amore. Il problema non è per nulla risolto: conta di più la fede o le opere della carità?

Forse anche per questo qui in occidente molti spiriti inquieti alla ricerca di Dio sentono che il cristianesimo non è la risposta alla loro sete di spiritualità, e anche non pochi cristiani avvertono l’esigenza di una “riforma” (si crede che il problema sia orizzontale, mentre in realtà è verticale).

Anche da parte del cosiddetto “mondo” (come se noi non fossimo mondo, l’unico mondo creato da Dio) vi è una duplice e contraddittoria disposizione di fronte al silenzio. Da un lato, visto che l’anima occidentale si ritrova così assediata dal rumore e dal nervosismo e per questo così bisognosa di quiete, esso è sentito come un’esigenza profonda dell’anima. Dall’altro lato però negli esseri umani c’è anche un indubbio timore di fronte all’esperienza del silenzio, il quale ricorda così da vicino la morte. Pascal assegna all’incapacità degli uomini di stare racchiusi per più di mezz’ora da soli in silenzio in una stanza l’origine dei loro problemi: “Tutta l’infelicità degli uomini viene da una sola cosa, non sapersene stare in pace in una camera… ecco perché gli uomini amano tanto il rumore e il trambusto… Obbediscono a un segreto istinto che li spinge a cercare fuori di sé il divertimento e l’occupazione… La noia, con la consueta autorità, non smetterebbe di uscire dal fondo del cuore, dove ha radici naturali, colmando lo spirito di veleno”. Ai nostri giorni vi sono sempre più persone che non possono vivere senza la tv costantemente accesa. L’horror vacui, un concetto della fisica antica non più attuale nelle moderne scienze della natura, rimane un validissimo principio nella sfera psicologica, dice la paura di fronte alla noia, e il continuo ricorrere al divertissement come uscita da sé, come dispersione, per vincerla. La nostra energia interiore è sempre proiettata verso l’esterno, di modo che se non c’è più un punto esterno a cui appoggiarsi, cade, sente il vuoto, e le sembra di morire. Per questo c’è una difficoltà immensa nel fare silenzio. Lo si può fare solo a patto di saper vincere la paura del vuoto, così vicino al senso del nulla e della morte, e soprattutto solo di avere un punto fisso dentro di sé a cui legare saldamente il bisogno di relazione che noi ospitiamo, che noi radicalmente siamo.


Il silenzio immette al cospetto del sacro e della morte

Il silenzio attrae e insieme respinge, esattamente come il sacro, mysterium fascinans e mysterium tremendum, secondo la nota tesi di Rudolf Otto esposta in Das Heilige del 1917. Se il silenzio ricorda la morte alla coscienza comune, è perché effettivamente vi è uno stretto legame tra esso e il grande silenzio che è la morte. Imparare a fare silenzio significa quindi imparare a morire, e non a caso imparare a morire è lo scopo della filosofia e della vita spirituale. I Veda e le Upanishad, il Buddha, il Tao Te Ching, Platone, Epicuro, i filosofi stoici, Qoelet, e poi Montaigne e Spinoza, fino a Wittgenstein e Simone Weil, insegnano unanimi che il vertice della sapienza umana consiste nell’imparare a morire, cioè nel non avere più paura della morte.

Si potrebbe obbiettare da parte cristiana che non si tratta di autori cristiani, o non del tutto cristiani. Ma esattamente le stesse cose sono affermate anche da alcuni tra i più grandi cristiani. Ireneo di Lione scrive nell’Adversus haereses che “l’opera del cristianesimo non è nient’altro che imparare a morire”, mostrando come il fine del cristianesimo sia del tutto identico a quello del platonismo. Nel Cantico delle creature Francesco d’Assisi parla della morte come sorella e per essa loda il Signore: “Laudato si, mio Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullo omo vivente po’ scampare”. Giovanni della Croce insegna nel Cantico spirituale che “all’anima che ama la morte non può essere amara… La tiene per amica e sposa e si rallegra al ricordo come se si trattasse del giorno delle nozze… Infatti la morte le darà il compimento dell’amore che desidera”. L’elenco potrebbe essere molto più lungo, pressoché sterminato, comprendendo la maggioranza dei padri della Chiesa e degli scolastici. Tra gli autori moderni è doveroso almeno menzionare Francesco di Sales, Pascal, Alfonso Maria de Liguori, Teresa di Lisieux. E poi che altro dice il Maestro quando invita a rinnegare se stessi e a morire come il seme per dare frutto? Imparare a morire non significa fare di ogni giorno un funerale, ma, proprio al contrario significa sconfiggere ogni paura e quindi fare ogni giorno l’esperienza più pura della gioia, ben diversa dalla felicità del mondo. Gioia come semplicità, distacco, leggerezza del cuore.


Il silenzio e la conoscenza

Le grandi tradizioni spirituali dell’umanità collegano la saggezza in modo inversamente proporzionale alla quantità di parole usate: meno si parla, più si è saggi. Pitagora esigeva addirittura cinque anni di silenzio per gli aspiranti filosofi. Il libro dei Proverbi dice: “Chi è parco di parole possiede la scienza, uno spirito silenzioso è un uomo intelligente” (17, 27).

Il saggio è colui che parla poco. Perché? Perché ha una cosa più importante da fare: ascoltare. La dimensione spirituale matura è legata alla capacità di ascoltare, in silenzio, ben più che alle parole che si dicono. Simone Weil individua la più alta virtù spirituale nell’attenzione, la prosoché di cui già parlavano gli Stoici. E per essere attenti, occorre saper fare silenzio. Innanzitutto dentro se stessi. Il silenzio e le parole descrivono due tipologie di vita interiore: quella nella quale il lavorio della psiche è disciplinato (il silenzio), e quella nella quale è continuamente all’opera (le parole). Molto spesso le conversazioni tra gli uomini sono monologhi dove l’altro è solo l’occasione per parlare di sé perché in realtà non lo si ascolta, e non lo si ascolta perché non si è capaci di farlo, e non si è capaci perché manca la condizione essenziale, cioè il silenzio interiore.

Per tutte le grandi tradizioni spirituali il saggio è colui che parla poco e che, di conseguenza, è in grado di ascoltare molto. L’ascolto lo rende in grado di ricordare, ripensare, riflettere, cioè di collegare tra loro i molteplici e contraddittori messaggi della vita. Questo lavoro di elaborazione delle informazioni per trovarne il senso complessivo è il più alto lavoro del pensiero. Si tratta di una cosa che non dipende dall’erudizione, ma dal silenzio interiore: per questo si può incontrare un contadino saggio e un professore di teologia stupido.

Questo vale anche per la lettura. La vera lettura non è quella veloce di chi vuole consumare, andare a vedere come va a finire, per poi passare subito ad altro. La vera lettura è quella lenta, attenta, che sa scendere sotto la superficie delle parole. È quasi sempre la seconda o la terza lettura, quasi mai la prima. Rileggere è molto più importante che leggere. La lettura vera non si può fare senza silenzio interiore. Il silenzio è necessario per capire.

Perché il silenzio è così fondamentale per capire? Perché mette a tacere dentro di noi l’immaginazione, ciò che Marco Aurelio chiamava phantasia, cioè il pensiero legato ai desideri, alle attese, ai bisogni e agli impulsi dell’io. Il più delle volte il pensiero degli uomini è guidato dalle passioni, non si cerca la verità ma solo la convenienza. Anche in teologia talora è così: non si cerca la verità, la nuda verità quale appare libera, sconvolgente e sovrana; si cerca l’accordo con la dottrina, la difesa del dogma, si fa apologetica già da subito a livello mentale inconscio. Ma così non si incontra la verità e la sua rivelazione.

Per ascoltare la verità occorre mettere a tacere dentro di noi le passioni (di ogni tipo, comprese quelle devote), e iniziare a vedere la realtà per quello che è in se stessa. Per questo il grado di maturità di una persona è legata alla capacità di silenzio e di ascolto: perché è solo tacendo e ascoltando che si vede quello che è e lo si capisce, ed è solo capendo che si cresce. Lo stadio immaturo della mente invece legge il mondo a partire da sé e così vede in ogni evento qualcosa di bene o qualcosa di male, in ogni persona un amico o un nemico: non è libero da sé e interpreta tutto a partire dal proprio interesse.

Il grado di sapienza raggiunta da un uomo si misura sulla sua capacità di silenzio. Se si fa silenzio, si vede il mondo non in termini moralistici, ma in termini fisici. Si osservano le cose degli uomini come se fossero fenomeni naturali.


Il contenuto della conoscenza

Che cosa si capisce del mondo quando si legge il mondo così? Che cosa succede all’anima che fa silenzio dentro di sé? Io penso che vi sia un percorso interiore a tre livelli, disposti gerarchicamente quanto a valore spirituale e che ora descrivo brevemente, solo per tratti essenziali.

Il primo livello coincide con la percezione della vanità del mondo. La mente che inizia a essere liberata dal silenzio vede il mondo e le cose per cui la maggioranza si affanna come del tutto prive di valore, come inganni, come trappole. È il momento del massimo distacco dal mondo: la liberazione dai suoi idoli coincide con la distanza dal mondo in quanto tale, è il contemptus mundi della tradizione ascetica.

Il secondo livello, che nasce quando l’anima va acquisendo maturità, inizia il cammino di riconciliazione verso il mondo, il quale viene a essere compreso non più come pura negatività, ma tale da contenere anche molte cose buone. Il mondo quindi emerge come contraddizione, anzi come antinomia.

Il terzo e conclusivo livello del cammino dell’anima si ha quando, facendo silenzio ancora di più, lavorando su se stessi, appare un livello ancora più profondo della realtà, cioè che tutto è uno, che l’essere è unificato e che tutto è bene. È ciò che la fisica contemporanea insegna dicendo che ogni fenomeno materiale è riducibile all’energia che lo costituisce: tutto è energia. Gli atomi che formano le mie molecole provengono dalle stelle e chissà da quanti altri esseri viventi: pensiamo al cibo che assumiamo e che costituisce il nostro corpo. Si comprende che tutto è uno (Brahman, essere), che i fenomeni materiali sono solo apparenze dietro cui c’è la vera realtà, che sempre permane, che non si crea né si distrugge, che è eterna.

I tre livelli spirituali hanno ovviamente una traduzione in termini teologici: il primo genera lo gnosticismo, il secondo il politeismo, il terzo il monoteismo. Chi conosce la storia della teologia e della spiritualità cristiane è in grado di comprendere che si ha, anche da parte di chi si ritiene e vuole essere del tutto ortodosso nel senso del più fedele cattolico-romano, un cristianesimo gnostico, un cristianesimo politeista e un cristianesimo monoteista.


L’esperienza spirituale

Ora forse comprendiamo che cos’è un’esperienza spirituale: non è uscire dalla vita, ma comprendere la logica profonda e vera della vita. La più alta esperienza spirituale coincide col comprendere che tutto è energia, cioè che tutto è spirito, perché il termine greco per spirito, cioè pneuma, indica precisamente il soffio igneo che costituisce il fuoco ed è la perfetta intuizione dell’energia e del suo calore vitale. Fare un’esperienza spirituale è toccare il cuore della vita.


La divisione fondamentale

Il terzo livello dell’esperienza spirituale non è univoco. Esso è attraversato da una differenza fondamentale nella percezione della realtà ultima come energia: il vuoto oppure l’essere. Il vuoto esprime una visione negativa della realtà, in Grecia rappresentata dagli atomisti e da Epicuro, a Roma dall’epicureo Lucrezio, in India dal Vedanta secondo la scuola di Shankara e dal Buddhismo della scuola hinayana; nella filosofia occidentale da Schopenhauer.

L’essere esprime una visione positiva della realtà, in Grecia con Platone, Aristotele e gli Stoici; in India col tantrismo (matrimonio di Shatki e di Shiva); nel Buddhismo con la scuola mahayana; nella filosofia occidentale con la metafisica classica e con l’idealismo.

Il cristianesimo, per quanto contenga anche elementi della via negativa con la theologia crucis, si colloca fondamentalmente (almeno secondo la versione cattolica e dell’ortodossia) nella via che privilegia l’essere.


Il criterio

Non esiste un criterio per stabilire in modo incontrovertibile quale delle due vie sia quella più aderente alla realtà. Per questo la divisione tra gli uomini tra chi privilegia la filosofia negativa del vuoto e chi quella positiva dell’essere è destinata a permanere.

Come ultimo punto di questo mio intervento, io offro le motivazioni che mi portano a sostenere la via positiva, per quanto riconosca tutta la nobiltà e anche la necessità della via negativa. Le parole decisive sono due: bene e ordine.

Io sono partito dalla via negativa nella via del pensiero, con il mio libro sull’handicap. Guardavo alla storia e alla natura e vedevo imperare la forza, niente altro che la forza e l’interesse. Poi però, sempre grazie all’handicap, ho capito l’unico vero miracolo al quale credo incondizionatamente, cioè il bene. Nel mondo interessato della forza, c’è chi fa il bene.

Ma poi mi sono chiesto che cos’è il bene. E ho compreso che non è solo un evento che dipende dalla volontà (questo vale per l’aspetto soggettivo del bene) ma in sé è un ristabilimento dell’ordine primordiale, è equilibrio, simmetria dei rapporti, è giustizia ed equità. Ho compreso che il bene si fonda sull’essere, è servizio della natura dell’essere. Non sono io che creo il bene, ma io mi metto al servizio della natura già inscritta nelle cose, in un corpo che devo curare o nutrire o educare. Il bene è prima della bontà e coincide con l’essere, con l’essere quale ordine.


Conclusione

Desidero concludere richiamando il concetto centrale che ho cercato di trasmettere, quello di esperienza spirituale. Ho detto che per avere una reale esperienza spirituale non è indispensabile superare la materia, uscire dal mondo, andare necessariamente in chiesa o isolarsi in un monastero. Può avvenire in mille altri modi questa commozione per lo spirito santo della vita che si chiama esperienza spirituale. L’unica cosa veramente indispensabile è la solitudine, il silenzio interiore.


 

postato da: Prisma2002 alle ore 10:59 | link | commenti (4)
categorie: silenzio, conoscenza