
“Viaggiare vuol dire strofinare il cervello contro quello degli altri”. Michel De Montaigne

“… Ovunque si trovasse, Balint Biro viveva e si comportava come un acrobata rimasto storpio dopo una caduta dal trapezio che, quando è costretto a rientrare nell’arena, SI MUOVE COME PUO’, conclude tutti i numeri del repertorio ma ha una tale paura di morire, ed emana così tanta infelicità, che non può più divertire il pubblico, anzi, lo irrita e basta”.
Con grande sensibilità Magda Szabo esplora, nel suo libro “Via Katalin”, lo stato d’animo dei componenti di tre famiglie - i Biro, gli Held e gli Elekes - che, a partire dagli anni trenta, abitano in case vicine in Via Katalin, a Budapest, e vengono travolte da un destino crudele.
Irén e Blanka Elekes, Henriett Held e Bálint Biro crescono insieme e insieme affrontano, ormai giovani adulti, il clima di insicurezza provocato dalla guerra e dalle persecuzioni antisemitiche. Presi come sono a districare quell'ingarbugliata matassa che è l'esistenza, nessuno di loro riesce a presagire con quanta violenza e tragica arbitrarietà il destino svierà il corso delle loro vite lungo il cammino del viaggio verso la vecchiaia.
Nel bellissimo prologo così scrive Magda Szabo:
“Diventare vecchi è un processo diverso da come lo rappresentano gli scrittori, e somiglia poco anche alle descrizioni della scienza medica.
Nessuna opera letteraria, né tanto meno un medico, avevano preparato gli abitanti di via Katalin al particolare nitore che l'invecchiare avrebbe portato nella buia galleria percorsa quasi inconsapevolmente nei primi decenni delle loro vite, né all'ordine che avrebbe messo tra i loro ricordi e le loro paure, o al modo in cui avrebbe modificato i loro giudizi e la loro scala di valori.
Avevano capito di dover mettere in conto alcuni cambiamenti biologici, perché il corpo aveva cominciato un lavoro di demolizione che avrebbe concluso con la stessa precisione e lo stesso impegno con cui si era preparato alla strada da compiere fin dall'istante del loro concepimento; avevano anche accettato il fatto che il loro aspetto sarebbe cambiato, i sensi si sarebbero indeboliti, i gusti ed eventualmente anche le abitudini o i bisogni si sarebbero adeguati alle variazioni del fisico, rendendoli più voraci o più frugali, più timorosi o forse più suscettibili; e sapevano persino che la regolarità di funzioni come il sonno o la digestione, che quando erano giovani sembravano scontate quanto l'esistere stesso, sarebbero diventate problematiche.
Nessuno aveva spiegato loro che la fine della giovinezza è terribile non tanto perché sottrae qualcosa, quanto piuttosto perché lo apporta. E quel qualcosa non è saggezza, né serenità, né lucidità, né pace. È la consapevolezza che il Tutto si è dissolto.
All'improvviso si accorsero che l'invecchiare aveva disgregato quel passato che negli anni dell'infanzia e della giovinezza consideravano così compatto e solido: il Tutto era caduto a pezzi e, anche se non mancava nulla, perché quei frammenti contenevano ogni cosa successa fino a quel giorno, niente era più come prima. Lo spazio era diviso in luoghi, il tempo in momenti, gli eventi in episodi, e gli abitanti di via Katalin avevano infine capito che nelle loro intere vite soltanto un paio di luoghi, un paio di momenti e alcuni episodi contavano davvero. Il resto era stato un semplice riempitivo nelle loro fragili esistenze, come i trucioli che si versano nelle casse prima di un lungo viaggio per impedire al contenuto di rompersi.
Ormai sapevano che la differenza tra i morti e i vivi è solo qualitativa, non conta granché, e sapevano anche che a ciascuno tocca un solo essere umano da invocare nell'istante della morte.”
Qui il “viaggio della vita” NON sembra avere un "andamento circolare", dove il “ritorno” è “a casa”, con un “io arricchito”, come per l’Ulisse di Joyce - articolato in modo da ricalcare nella struttura l’Odissea di Omero – l’Ulisse che alla fine torna alla sua Itaca, anche se proprio quell’esperienza ha modificato il significato che si attribuisce alla casa stessa.

In questo viaggio, anche se Balint Biro “conclude tutti i numeri del repertorio”, sembra piuttosto di intravedere un percorso rettilineo, nietzscheano, una retta che avanza pencolando nel nulla, dove il Sé si disgrega procedendo verso un nulla che, strada facendo, dissolve certezze e identità, alla Musil. Diventa un fuggire, un rompere limiti e legami, lo scoprire la precarietà del mondo e quella del viaggiatore stesso e così l’io inizia a disgregare la propria identità e produrre un altro uomo, un cammino senza ritorno, alla scoperta che non c’è, non può e non deve esserci ritorno, che non si può e non si deve essere gli uomini di prima.
Queste parole di Balint mi risuonano dentro:
“E’ davvero terribile come tu non sia mai riuscita a comprendere le cose più semplici, - disse. – La vita, la morte. L’acqua fresca. La vita non è la scuola, Irén. La vita sfugge alle regole.”…

”Era mezzogiorno, il sole era caldo, uscendo dal museo ci mettemmo a chiacchierare di previsioni meteorologiche. L’ombra delle nostre figure si proiettava deformata al suolo, la osservavo guizzare sotto il sole. Era il disegno di due massicci blocchi pietrosi che scivolavano davanti a noi, entrambe le ombre prive di mani e piedi, erano due semplici tronchi”.
Magda Szabó ci dice che di tutto ciò che costituisce un'esistenza, solo alcuni luoghi ed episodi contano veramente; ad affascinarmi è la sua profonda riflessione su quanto conserviamo e su quanto abbandoniamo.
Leggendo questo libro pensavo al MIO camminare il viaggio della vita, fermo restando che il mio è un viaggio sicuramente molto più fortunato.
Pensavo ai miei “ritorni con un io arricchito” e ai miei “percorsi rettilinei”…
Pensavo al “rispetto per il presente”, spesso offuscato da un passato nostalgico o da un futuro improbabile. «Se pensi a ieri e a cosa dovrai fare domani rischi di non possedere mai pienamente la tangibilità del reale. È come se tu avessi fretta di correre verso la morte» (Claudio Magris)
Pensavo al quotidiano e ai suoi incontri.. Pensavo che essersi un giorno incontrati è una tappa, che comincia…
Pensavo alla capacità di “coltivare un mucchio di progetti persino nelle situazioni più ingarbugliate e gravi”:
“Balint incontrò soltanto uno dei suoi conoscenti, e trovò divertente che fosse proprio lui. Era un vecchio compagno di prigionia, non l’aveva più visto dopo la liberazione e non aveva mai preso sul serio la reciproca promessa di ritrovarsi una volta che le loro vite fossero tornate normali. … Il suo conoscente se la cavava sempre meglio di lui, non solo perché era abile, ma anche perché aveva un carattere più facile, più socievole e più allegro. Se pensava a lui, Balint lo ricordava con una punta di invidia, perché Szegi riusciva a coltivare un mucchio di progetti persino nelle situazioni più ingarbugliate e gravi, e il suo incredibile ottimismo per qualche misterioso motivo finiva sempre col dimostrarsi giustificato.”.
"...Dobbiamo andare e non fermarci mai finchè non arriviamo." "Per andar dove ?" "Non lo so, ma dobbiamo andare." Jack Kerouac, "On the road"
Pensavo alla “propria geografia”, ai luoghi:
“Un luogo non è mai solo “quel” luogo: quel luogo siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati” (Tabucchi).
Pensavo che si possono percorrere milioni di chilometri in una sola vita senza mai scalfire la superficie dei luoghi nè imparare nulla dalle genti appena sfiorate. Il senso del viaggio allora sta anche nel fermarsi ad ascoltare chiunque abbia una storia da raccontare.
Anche queste parole di Costantinos Kavafis in “Itaca”, mi sono affiorate alla mente:
“Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d'incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo nè nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente, e con che gioia - toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista madreperle, coralli, ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi penetranti d'ogni sorta, più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca - raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo in viaggio: che cos'altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.”
Buon lungo viaggio… come si può.
Ieri qualche delinquente ha scaricato nella roggia un'abbondante quantità probabilmente di nafta. Per più di due ore l'acqua corrente trasportava grosse chiazze oleose violacee che emanavano un forte odore.
Ancora una volta abbiamo denunciato il fatto. Che desolazione!









