25 Aprile - 1 Maggio - 2 Giugno
Tre date fondamentali che hanno scandito il percorso del nostro Paese verso la democrazia il cui significato profondo è inciso nella Carta Costituzionale.
Tre principi senza i quali non esistono nè la convivenza civile nè il rispetto della dignità umana:
Libertà, lavoro, regole condivise.
Per non dimenticare... Lettere alla madre scritte dal carcere da Sandro Pertini Stabilimenti penali di Pianosa, 26 febbraio 1933
http://www.pertini.it/cesp/doc_39.htm
Qui altri testi
http://www.pertini.it/cesp/p_doc.htm
Mia buona mamma, ormai debbo rassegnarmi a ricevere sempre in ritardo la tua parola.
Tu non puoi comprendere quanto mi facciano soffrire quei tuoi inspiegabili silenzi.
Fai male, mamma.
Leggo la lettera, che ti ha scritto l'amico di zio Eugenio. Mentre lo ringrazio dei buoni sentimenti che nutre per me, vorrei che sapesse che io sono e rimarrò sempre un proscritto irriducibile, pronto ad assumere posti di responsabilità e ad infischiarmene di ogni atto di clemenza, che il barbaro dominio fascista potrebbe eventualmente elargire. Il mio amore per te, per tutte le persone, le cose care costì lasciate, non deve essere interpretato con un sentimento di debolezza o di disposizione ad accettare atti di clemenza dei nostri avversari. Nulla io personalmente accetterò da costoro. Penso che la libertà non dobbiamo né chiederla né riceverla in dono, ma conquistarla. E a tutto siamo pronti, e più gli anni passano e più le sofferenze aumentano, più cresce il nostro odio per questa barbara e vergognosa tirannide, che opprime il popolo italiano, più aumenta il nostro amore per la patria lontana a noi rubata da una masnada di banditi da strada. Questi sono i miei sentimenti e che vorrei conoscesse bene l'amico tuo.
Non mi parli neppure lontanamente di eventuali transazioni altrimenti mi costringereste al silenzio o a lettere laconiche, stile commerciale. Mi auguro che questa lettera, come ormai quasi tutta la mia corrispondenza, venga letta dallo sbirro censore.
Ancora una volta, mamma, ti prego vivamente di non lasciarmi così lungo tempo senza tue notizie.
Sa la buona creatura che tanto amo, quanto io soffra, quando non ricevo tue lettere.
Ricordami agli amici tutti. Salutami tanto il parroco, Bertomelin e Teresa.
A te un forte abbraccio, tuo Sandro
Milano, il 25 Aprile 1945 Sandro Pertini parla in Piazza Duomo al primo comizio dopo

Qui si può ascoltare la registrazione dell'annuncio
http://www.pertini.it/cesp/audio_01.htm
Memoria
"Gli uomini vanno e vengono per le strade della città.
Comprano cibi e giornali, muovono a imprese diverse.
Hanno roseo il viso, le labbra vivide e piene.
Sollevasti il lenzuolo per guardare il suo viso, Ti chinasti a baciarlo con un gesto consueto.
Ma era l'ultima volta. Era il viso consueto, Solo un poco più stanco.
E il vestito era quello di sempre.
E le scarpe eran quelle di sempre. E le mani eran quelle Che spezzavano il pane e versavano il vino.
Oggi ancora nel tempo che passa sollevi il lenzuolo A guardare il suo viso per l'ultima volta.
Se cammini per strada nessuno ti è accanto.
Se hai paura nessuno ti prende la mano.
E non è tua la strada, non è tua la città.
Non è tua la città illuminata. La città illuminata è degli altri, Degli uomini che vanno e vengono, comprando cibi e giornali.
Puoi affacciarti un poco alla quieta finestra E guardare in silenzio il giardino nel buio.
Allora quando piangevi c'era la sua voce serena.
Allora quando ridevi c'era il suo riso sommesso.
Ma il cancello che a sera s'apriva resterà chiuso per sempre; E deserta è la tua giovinezza, spento il fuoco, vuota la casa."
8 novembre - Poesia di Natalia Ginzburg alla memoria di suo marito Leone Ginzburg, morto nelle carceri di Roma il 5 febbraio 1944, ucciso dalla ferocia della Gestapo.
...Oggi ancora nel tempo che passa sollevi il lenzuolo A guardare il suo viso per l'ultima volta...
"L'acqua limacciosa della memoria, dove tutto ciò che cade si nasconde.
Se la si muove, qualcosa torna a galla ". Jules Renard, Diario 1887-1910
(Citazione segnalatami da Aliceydulcinea, che ringrazio)
"Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità lì è nata la democrazia, lì è nata
FILMOGRAFIA SULLA RESISTENZA ITALIANA
http://www.anpi.it/voghera/conoscere/filmografia.doc
http://www.storia900bivc.it/pagine/strumenti/altrefilmografie.html
Ho raccolto in rete pensieri che mi hanno colpito e ne ho aggiunti di nuovi…
C’è un padre che vuole salvare un figlio, entrambi senza nome, senza niente, che non sia il legame indissolubile che li unisce. Il bambino è indifeso, debole, ha fame, freddo, paura. Chiede protezione, ha diritto alla protezione. Percorrono insieme una strada che di sicuro ha soltanto che porta verso sud, verso il mare, forse verso l’oceano. Il mondo e il tempo sono già l’apocalisse; gli uomini, anche loro, forse non esistono più. Esistono dei cattivi, che il padre e il figlio devono evitare, che qualche volta incontrano, da cui devono difendersi. Perché loro sono i buoni, perché il figlio porta il fuoco, la luce, perché riesce a provare pietà per i disgraziati che incontra, offre aiuto, soffre per gli altri. E’ l’ultimo residuo di umanità e di speranza, l’ultima luce di vita nel mondo morto.
La trama di questo libro potrebbe essere tutta qui, perché non c’è trama, non il prima, non il dopo. Solo l’istante bruciato della terra, le nuvole e il fumo che coprono il sole, l’istante ripetuto ad ogni pagina di un incubo dentro cui siamo anche noi buttati, trascinati come il carrello del supermercato che è tutto il tesoro che i due hanno, che si portano dietro, che difendono a tutti i costi.
Ma senza mai diventare come gli altri che per sopravvivere fanno commercio di corpi umani, arrivano a nutrirsene. Senza mai scordarsi che loro sono i buoni.
Quella di McCarthy è tutta una lunga, straziante, minuziosa metafora o parabola della vita. Della nostra vita. Un racconto che si nutre di parole secche, piccole, ripetute, scabre, che dentro uno scenario che sembra non schiudere mai nessun orizzonte, riapre invece le questioni fondamentali del destino e del senso dell’uomo, della sua strada.
Ogni grande libro custodisce una sorta di dono, più o meno nascosto, ce lo consegna come un’eredità, come un compito, come qualcosa che va al di là della letteratura. Che rimette in movimento il lettore. Questo cuore nascosto del libro di McCarthy, questo centro pulsante è la domanda acuta, carnale, ultima e tragicamente necessaria sul nostro destino. Ed è nella carne dei due protagonisti che si scava questa domanda, dentro la loro strada, all’inizio, durante e alla fine della storia.
Il cuore del libro è l’affermazione della vita e del mistero, di un positivo che emerge e si fa strada dentro questo scenario di devastazione totale. E il padre, che pure, in verità, impara dal bambino molto più di quanto non riesca ad insegnargli, è la carne viva di questa esperienza: vive, fatica, lotta con i denti e con le unghie, dignitosamente, per qualcosa che riconosce come valore, per la vita che ha tra le mani. Per un figlio.
Non idee, ma qualcosa che accade ora: si vive per questo, per affermare qualcosa di bello, positivo e buono. Anche dentro il disastro dell’uomo e del mondo alla sua fine.
Ce la caveremo, vero, papà?
Sì. Ce la caveremo.
E non ci succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Sì, perché noi portiamo il fuoco.
Questo fuoco cos’è? Il padre dice che è quello che sta dentro il figlio, da sempre, che lui lo vede. E’ il desiderio, l’esigenza di vivere, l’evidenza della bellezza che il figlio riconosce anche in un posto che potrebbe invece incutere terrore. Il romanzo è l’affermazione di una bellezza, di una verità, di una bontà che appaiono paradossali dentro lo scenario della fine. E’ proprio il bambino a incarnare questo desiderio e renderlo evidente anche al padre. Il cui compito non è moralistico: non indica, ma accompagna, condivide, certo che su quella strada un posto buono per il figlio alla fine lo si trova.
E pronto a imparare da lui un amore e uno sguardo verso il mondo e verso gli altri che non ha più, ma a cui alla fine riconosce di appartenere. Il libro sta tutto in questa affermazione di un positivo, di una positività del reale dentro cui il padre non smette di fare i conti con la domanda fondamentale in un mondo ormai caduto nel potere del male: ci sarà un senso? Un significato? Dov’è Dio?
“Ci sei? Riuscirò a vederti prima o poi? Ce l’hai un collo per poterti strangolare? Ce l’hai un’anima? “
Queste sono le parole del padre a un padre che non si vede. La domanda sulla strada è sempre una domanda sulle origini; la domanda sulla meta è sempre una domanda sull’inizio. E all’inizio c’è un padre. Il padre, questo padre qui, quello che sta sulla strada, ha una certezza: “Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: se non è lui il verbo di Dio, allora Dio non ha mai parlato”. E un compito: proteggere suo figlio. Non c’è niente di più carnale di questo scopo, concretissimo: “Tutte le cose piene di grazia e bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un’origine comune nel dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri. Ecco, sussurrò al bambino addormentato. Io ho te”.
Ed ecco allora il finale. Il padre dice al figlio nell’ultimo dialogo, mentre parlano di un altro bambino intravisto per strada giorni prima e poi scomparso: “Lo troverà la bontà. E’ sempre stato così. E lo sarà ancora”. Tu non morirai, dice il padre al figlio. Il libro si chiude con un incontro che è stato la speranza di tutta la strada compiuta. Morte e vita ritornano dentro un mondo in cui “ogni cosa era più antica dell’uomo, e vibrava di mistero e l’esserci è il suo contenuto”. La parola mistero chiude un libro in cui le pagine sono fatte di parole come acqua, sassi, polvere, fango, vento, deserto, buio.
Il compito della scrittura qui è rilanciato, come dice nelle pagine conclusive del romanzo lo stesso autore: una scrittura, ricchissima di vocaboli di una grande poesia, che assomiglia a mappe e labirinti del mondo, “di una cosa che non si poteva rimettere a posto. Che non si poteva riaggiustare”. Una cosa che c’è e bisogna riconoscere e testimoniare. Scrivere ancora, allora, si può. Anche dopo questo libro, forse; anzi, proprio dopo questo libro è più chiaro “come e cosa”. La scrittura e la storia di McCarthy stanno lì a insegnarci che la grande poesia, la grande letteratura è sempre un gesto. Nel senso che essa è capace di “portare” qualcosa.
E questo qualcosa è sempre un mondo e, insieme, un senso ulteriore, un’indicazione di senso, una direzione di senso.
“Volete dire allora che per esempio, non so se mi spiego, che il mondo intero, no?, il mondo intero proprio, dico col mare, col cielo, con la pioggia, le nuvole... è la metafora di qualcosa?”
Massimo Troisi, Il Postino di Neruda
Il suo nome è G. F. ed è portalettere della città di L.… Leopardi è suo maestro, ma è la vita a suggerirgli metafore e poesia.
Sua bottega e suo laboratorio dell’anima è “l’incontro continuo con la gente ed è l’incontro continuo con i volti, con la strada, con gli angoli, con la natura che ti parla e tu ne cogli lo sbocciare di primo mattino…”.
Aiutano i versi “nel tragitto della vita” quando incontri ad ogni passo la difficoltà dell’esistenza… . Lui va “cercando una speranza” chè “la vita / si ostina / a resistere”; nel suo silenzio e nella sua fatica quotidiana, trova la voce delle cose, poi scrive ed è un’esortazione “parla le parole che dentro hai, / gridale al cielo / affinché diventino preghiere”, ricerca nell’anima “ghirlande danzanti” di pensieri … cerca… “Cercarti / è tessere / a ritroso / la ragnatela / della memoria”.
" Io credo in questa profezia di Rimbaud… devo dire agli uomini di buona volontà, ai lavoratori, ai poeti, che l'intero avvenire è espresso in quella frase di Rimbaud: soltanto con ardente pazienza conquisteremo la splendida città che darà luce, giustizia e dignità a tutti gli uomini.
Così la poesia non avrà cantato invano."
Pablo Neruda, alla cerimonia di consegna del Premio Nobel per
La porta
Quando si ristrutturano vecchie baite o case di montagna, dove sono passati secoli di vita alpestre, e greggi di uomini hanno faticato, bisognerebbe che gli addetti ai lavori usassero un occhio particolare nei confronti degli oggetti rimasti tra quei muri. Sono pezzi di memoria, testimonianze antiche, documenti preziosi di genti e culture ormai scomparsi. Ad esempio: dove sono finite le vecchie porte che proteggevano le baite della mia valle, oggi diventate bivacchi o rifugi alpini? … Quelli non erano più semplici usci ma archivi. Libri di legno formati da una sola pagina, alta centottanta centimetri per sessanta. Quelle tavole di larice, slavate dagli elementi, portavano incisi umori, gioie, dolori, fatiche di uomini e donne del tempo andato. L'essere umano ha sempre lasciato memoria del suo passaggio graffiando o dipingendo qualche superficie. Incominciò sulle pareti delle caverne per arrivare alle fiancate dei treni.
La porta di Casera Bedìn era un libro pieno di poesia, di malinconie, di battute allegre, mai volgari o oscene, come si trovano oggi nei cessi, messaggi d'amore, avvertimenti in odor di vendetta. Tutto scritto a colpi di temperino. "Francesco Filippin Costantina", aveva inciso il mitico bracconiere Checo. Non poteva aggiungerci altro poiché quelle erano le uniche parole che sapeva scrivere. Bastìan de
Mauro Corona
Ligabue - La porta dei sogni