
“Centochiodi” scaturisce dalla sensibilità umana, artistica e religiosa di Ermanno Olmi.
Nella biblioteca di un’università, il custode vede una scena che gli gela il sangue: il pavimento e i tavoli sono tutti cosparsi di libri antichi, fissati con lunghi chiodi. È l’opera di un folle o il messaggio di qualche gruppo terroristico? Inizia come un giallo il testamento cinematografico di Ermanno Olmi, ma se ne distacca quasi subito. Ben presto i sospetti si concentrano su un professore universitario di filosofia delle religioni, ebreo, scomparso nel nulla. Il regista tuttavia non è interessato allo sviluppo delle indagini, ma al viaggio interiore del professore, che lo porta a vivere in un vecchio casolare in riva al Po. In fuga dalla sapienza che ha accompagnato la sua vita fino a quel momento – il film si apre con una citazione di Raimond Klibansky: «Ma i libri, pur necessari, non parlano da soli» –, il protagonista stringe amicizia con la piccola comunità che vive sulle rive del fiume. Nella condivisione della loro vita semplice ma al tempo stesso ricca di umanità, il professore cercherà di ritrovare quella pace spirituale che aveva smarrito. “Se un libro non trasforma gli uomini, ribadisce Olmi, resta un oggetto inutile. Nutriamoci dei libri, per riviverli nella genuinità della nostra vita”.
Ancora una volta Ermanno Olmi, seguendo la lezione del suo maestro Pier Paolo Pasolini, nel suo film racconta gli umili, la gente semplice, così lontana dagli arroganti “dottori del tempio”, ma proprio per questo più vicina alla condizione di innocenza e depositaria dell’autentica sapienza. Racconta gli umili a contatto con la natura, che educa l’uomo a farsi sorprendere dal nuovo, a sapere che arriverà il momento della difficoltà e del dolore, che verrà però superato e compensato. "Prima o poi i pesci torneranno a ridere", dice uno di questi umili, riferendo un sogno profetico.
Che il professorino del film possa essere un nuovo messia? “Quello che io conosco col nome di Cristo mi basta, dice Ermano Olmi. Tuttavia, ciascuno di noi può vivere in modo da farcelo ricordare: anche solo per qualche minuto con un atto di sincera solidarietà e di genuina semplicità; come gli umili abitatori delle rive del fiume». E a rivedere "il Cristo del Po", dopo il suo arresto, sarà il più semplice fra i semplici, un bambino: «Era lui, era lui!», dirà a tutti, aggiungendo di essere sicuro di averlo visto sorridergli. E il “Cristo del Po” rinasce, perché diventa compagno di tutti quelli che lo vogliono accanto a sé.
“Centochiodi” richiede una visione nostalgica e stupita: L’incredulità davanti ad un tramonto, alla luna meravigliosa che timida si specchia nelle acque del Po, al saluto di un passante, alla collaborazione gratuita. Malinconia per la gioia nelle feste di Paese, per la benevolenza sincera, per la musicalità della natura, i silenzi (che sussurrano mille parole), i paesaggi ben fotografati da Fabio Olmi… . “Centochiodi” richiede la visione della bellezza nella semplicità, che favorisce i momenti di lieta cordialità, richiede la capacità di cogliere quanta meraviglia “abita” nelle piccole cose, richiede la scoperta del fascino della genuinità.
Il Po è una precisa icona del fluire della vita, e viene offeso, mortificato, arginato, incanalato per portarlo dove piace a noi. Il Po del film non è reale: appare pulito, lento, portatore di vita. Ma è minacciato dalla modernità che cambia in maniera irreversibile la natura. L’ambiente è continuamente minacciato… .
Ermanno Olmi in quel momento della sua vita riflette sui grandi cambiamenti strutturali e morali della nostra epoca, dalla natura al modus vivendi, dalle persone alle religioni… alle religioni che sono diventate una minaccia… .
“Abbiamo fatto quel che volevamo.
Abbiamo cestinato i sogni, privilegiato l’industria pesante,
l’uno dell’altra, e abbiamo accolto il dolore a braccia aperte
e denominato rovina l’abitudine impossibile da spezzare.
E adesso eccoci qui.
La cena è in tavola, ma non riusciamo a mangiare.
La carne resta lì nel lago bianco del piatto. Il vino attende.
Arrivare a questo punto
ha i suoi vantaggi: nulla è promesso, nulla è sottratto.
Non abbiamo cuore né grazia salvifica,
non un posto dove andare, non un motivo per restare…
Non c'è fine a quanto possiamo imparare.
Il libro là fuori non dice di più, e non è affatto scritto con in mente noi.”
Mark Strand, un poeta saggio
Un frammento di Darker, che risale al 1970

Testo tratto da una poesia di David Maria Turoldo
I
Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
Andrò in giro per le strade
zufolando, così,
fino a che gli altri dicono: è pazzo!
E mi fermerò sopratutto coi bambini
a giocare in periferia,
e poi lascerò un fiore
ad ogni finestra dei poveri
e saluterò chiunque incontrerò sulla via
inchinandomi fino a terra.
E poi suonerò con le mie mani
le campane sulla torre
a più riprese
finché non sarò esausto.
E a chiunque venga dirò:
siediti pure alla mia mensa.
E dirò a tutti.
avete visto il Signore?
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso.
II
Io vorrei donare una cosa al Signore,
ma non so che cosa.
Ecco gli darò un`icona
dove lui bambino guarda
agli occhi di sua madre:
così dimenticherà ogni cosa.
Gli raccoglierò dal prato
una goccia di rugiada
- è già primavera
ancora primavera
una cosa insperata
non meritata
una cosa che non ha parole! -
e poi gli dirò d'indovinare
se sia una lacrima
o una perla di sole
o una goccia di rugiada.
E dirò alla gente:
avete visto il Signore?
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso.
III
Io vorrei donare una cosa al Signore
ma non so che cosa.
Non credo più neppure alle lacrime,
e queste gioie sono tutte povere:
metterò un garofano rosso sul balcone
canterò una canzone
tutta per lui solo.
Andrò nel bosco questa notte
e abbraccerò gli alberi
e starò in ascolto dell’usignolo,
quell'usignolo che canta sempre solo
da mezzanotte all'alba.
E poi andrò a lavarmi nel fiume
e all'alba passerò sulle porte
di tutti i miei fratelli
e dirò a ogni casa: "pace!"
IV
Io vorrei donare una cosa sola al Signore,
ma non so che cosa.
E non piangerò più
non piangerò più inutilmente;
dirò solo: avete visto il Signore?
Ma lo dirò in silenzio
e solo con un sorriso,
poi non dirò più niente.