
Di Claudio Risé
Da Liberal, ottobre-novembre 2003
Negli anni 1970-1990, analista e formatore di preciso e selezionato seguito, in campo junghiano, fu a Milano Alessandro Peregalli, di cui l’opera poetica.
Il cenacolo psicoanalitico di Peregalli, nella sua bella casa di via della Passione, fu frequentato da personalità variegate che poi lasciarono, in modo diverso, tracce significative nel campo psicologico, da Cesare Viviani alla psicoterapeuta Giulia Valerio, alla scrittrice e sandplay therapist Ilaria Rattazzi, a tanti altri. Ed è significativo che a proporne l’opera poetica sia Il Saggiatore, la casa editrice che riprende il nome della rivista e del gruppo letterario italiano in cui più rilevante era la curiosità psicoanalitica, durante il peraltro poco attento periodo fascista, proprio negli anni della giovinezza di Peregalli (nato nel 1923). Formatosi come analista con Silvia Montefoschi, una delle principali personalità del campo junghiano, a sua volta allieva di Ernst Bernhard, Peregalli portò nel lavoro psicologico tutta la sua intuizione poetica (che secondo l’epistemologo Gaston Bachelard è all’origine delle scoperte più durature).
Intellettuale tipicamente milanese, Peregalli non si sottrasse alle prove pratiche, lontane da psiche e poesia. E, così come Gadda affrontò l’ingegneria, Peregalli affrontò
La cronaca è tuttavia anche, ed è in quest’ottica che ve lo propongo, un documento di come uno psicoanalista possa lavorare creativamente con le proprie emozioni e visioni, traendone poi materia per un rapporto più ricco, profondo e forte, con l’altro, che a lui si rivolge. Se l’analista è anche poeta, la terapia, oltre alle parole, può contare su ali. Che servono sempre.
Alessandro Peregalli, La cronaca - Poema, 1939-1982, il Saggiatore

“Raccogliere un po’ di resina dal nostro albero, o da quello degli altri... . Gocce che hanno lasciato un segno colando giorno dopo giorno attraverso le ferite, belle e brutte, della vita e mettendo a nudo i sentimenti. Gocce che rimangono incollate al tronco, per tenergli compagnia, per aiutarlo a resistere, a crescere ancora.“. Sono parole di Mauro Corona che desidero che continuino ad accompagnarmi nel mio essere viandante… accovacciata nel silenzio della sera… curva per aver prestato, in vari modi, la mia spina dorsale.. smarrita.. quotidiano nel quotidiano.. . Spintoni che contribuiscono a tenermi sul sentiero. …
“La resina è il prodotto di un dolore, una lacrima che cola dall’albero ferito. Quelle gocce giallo miele, non scappano, non scivolano via come l’acqua, non abbandonano l’albero. Rimangono incollate al tronco, per tenergli compagnia, per aiutarlo a resistere, a crescere ancora. I ricordi sono gocce di resina che sgorgano dalle ferite della vita. Anche quelli belli diventano punture. Perché, col tempo, si fanno tristi, irrimediabilmente già stati, passati, perduti per sempre. Gocce di resina sono piccoli episodi, aneddoti minimi, spintoni che hanno contribuito a tenermi sul sentiero. Proprio perché indelebili sono rimasti attaccati al tronco. Come fili di resina emanano profumi, sapori, nostalgie. Tutto quello che ci è accaduto, o che abbiamo udito raccontare ha lasciato un segno dentro di noi, un insegnamento, o, quantomeno, ci ha fatto riflettere. La vita, nel bene e nel male, è maestra per tutti. […]
Raccogliere un po’ di resina dal nostro albero, o da quello degli altri, non è certo il male peggiore. Se oggi, a oltre metà percorso, ho fatto scelte ben precise, rifiutando certe cose e preferendone altre, ciò è dovuto anche a queste gocce di resina, che mi hanno insegnato qualcosa, fatto riflettere, migliorato. Sono schiocchi di fionda, ricordi della mia gente, dei miei boschi, di amici, di maestri da imitare o da rinnegare. Gocce che hanno lasciato un segno colando giorno dopo giorno attraverso la vita e mettendo a nudo i sentimenti. … “.
Tratto da: Gocce di resina di Mauro Corona

"Una come noi mi ha mandato a dire"...


Per comodità, trascrivo il contenuto della lettera:
Cari tutti in Famiglia
E la Gina di... che à voluto scrivere come stati. io sono 16 anni al ricovero mi sono Morti tutti Angelo egia 10 anni che morto e la mia cognata si trova al mio ricovere perche la diabete leapreso ii piedi e li anno tagliate meta ogni piede e li da me pensate a 78, anni, non dice niente sono io che le faccio un po di coraggio e tanto tempo che non si vediamo e questa sera o voluto a scrivere mancansa dè lettere oprese questa tanti saluti viscriverò ancora
ciao tutti sono le ore 11 della mia camera sono da sola o un tutore che tiene lui la mia responsabilità
ciao Gina
... ed è lei che le fa un po' di coraggio...
Giorgio Gaber - L'amico