Il 30 gennaio alle ore 18, nei sotterranei situati nella Stazione centrale di Milano al famoso 'binario 21', si terrà il memoriale delle partenze dei convogli di più di ottomila ebrei deportati verso i campi di sterminio, in particolare Auschwitz – Birkenau.
La cerimonia è stata organizzata dalla Fondazione “Memoria della Deportazione”, di cui fanno parte Comunità Ebraica di Milano, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Associazione Figli della Shoah, Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, Comunità S. Egidio, Ferrovie dello Stato, Comune di Milano, Provincia di Milano, Regione Lombardia.
Il Memoriale nasce nel luogo – l’unico conservato in Europa – in cui, da dieci anni,
Il 16 gennaio 2007 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha avviato le celebrazioni della ricorrenza ponendo la “prima pietra” della futura istituzione del “Memoriale dell’Olocausto” al binario 21. "Un'iniziativa di grande significato", ha commentato al termine della cerimonia sottolineando che si tratta di "una nuova forma di impegno" nella trasmissione del ricordo di "una delle più dure lezioni della storia contemporanea".
Il buio e il silenzio. Un lungo corridoio della vergogna, largo cinque metri e lungo cento, che verrà lasciato così, come era sessant´anni fa. I racconti dei sopravvissuti che rimbalzano su grandi schermi; un enorme muro su cui vengono proiettati i nomi degli 8mila deportati italiani nei campi di sterminio. E poi, laggiù in fondo, dove i treni piombati venivano sollevati fino ai binari, un periscopio che, con un gioco di specchi, mostrerà la vita. Saluti, valigie, baci, lacrime e sorrisi che, oggi come allora, migliaia di persone continuano a scambiarsi sulle banchine. Non un museo, ma un luogo vivo e aperto a tutta la città con sale per conferenze e incontri, aperto ai ragazzi delle scuole di ogni ordine, una biblioteca e un "laboratorio" di idee per difendere la dignità della persona e per produrre conoscenza e consapevolezza. «Ma se riusciremo a far percorrere questi pochi metri - spiega Emanuele Fiano, figlio di Nedo, uno dei sopravvissuti ai lager - ai giovani, li avremo fatti rientrare nella pancia di una tragedia europea che non deve essere dimenticata».
Dopo cinque anni, entro fine anno si partirà per salvaguardare un luogo unico in Europa: i lavori dureranno circa due anni.
Il 30 gennaio del 1944, su uno di quei convogli c´era anche Liliana Segre, che allora aveva 13 anni e che anche questa volta porterà la sua viva testimonianza. Alla fine si lascerà un fiore davanti ad una lapide posata dal cardinale Martini nel 1998.
Lascio qui una testimonianza di Liliana del 2003:
TESTIMONIANZA di LILIANA SEGRE
30 GENNAIO 2003
Stazione Centrale di Milano
“Ricordare quel giorno e quel momento non è facile. Io non ero mai tornata in questi sotterranei fino a quando
Perché quel gruppo di più di seicento persone, caricato a calci e pugni nel cortile di San Vittore (e si era preparato a partire, quel gruppo, per ignota destinazione), poi arrivato attraverso la città, era una fila di camion. Mi ricordo sempre l’angolo di via Carducci (io abitavo in corso Magenta, da bambina) e che ero in fondo a quel camion e che il telone era aperto, nonostante fosse così freddo, e che, all’angolo di via Carducci, ho visto per un attimo passare la mia casa, la mia casa di un tempo e, di colpo, mi veniva in mente la tappezzeria, a fiorellini gialli della mia casa di allora; poi non l’ho vista più e non l’ho vista mai più.
E poi siamo arrivati qui, al sottopassaggio di via Ferrante Aporti, e questa teoria di camion è entrata: era buio e siamo stati scaricati con una violenza inaudita. Eravamo sbalorditi di essere in quella situazione: ognuno aveva due o tre vestiti uno sull’altro, aveva una piccola valigia, aveva un cestino da viaggio che ci era stato distribuito poco prima, a San Vittore, e che qualcuno aveva già aperto. Era un cestino come usava allora, fino a pochi anni fa; chi l’ha aperto era rimasto esterrefatto perché c’erano sette pacchettini, sette pacchettini di latte condensato, piccolissimi, sette pacchettini di mortadella (molto ben scelta, visto che eravamo ebrei), sette pacchettini di galletta, e forse sette formaggini. E tutti avevano detto: ”sette; come mai sette?”, visto che era un viaggio verso il nulla.
Poi, quando siamo stati scaricati qui con violenza inaudita, fra latrati, fischi e i fari, nel buio del sottopassaggio. E io mi ricordavo un treno e la violenza con cui eravamo stati buttati dentro il treno e poi le porte erano state sprangate. Ma quando sono tornata qui, con Liliana e col regista Gabbai, mi è stato detto che erano due vagoni soli, per volta, e che poi ogni vagone veniva spinto su una grande piattaforma che veniva portata su, a livello dei binari.
Io credo che nessuno (e me lo ha confermato Liliana dalle altre testimonianze che ha avuto) si è accorto, in quel momento di tragica follia nostra e dei nostri persecutori, che quel rumore del treno che si muoveva fosse soltanto l’ascensore che ci portava su e che poi agganciava il vagone al treno. Erano i momenti così incredibili nella vita di una persona che credeva ancora in qualche cosa, sì di pericoloso, di triste, ma non certo in quello che poi era il viaggio preparato per noi dalla deportazione.
E parlavo proprio il ventisette a dei ragazzi, spiegando il viaggio, che è sempre per me un momento di grandissimo impatto, come posso dire, per le mie forze: ricordare il viaggio è fra le cose più tremende che posso ricordare. Che cosa è far quel viaggio da dentro il vagone…(perché in tutti i documentari, le fiction, in quello che abbiamo visto, si vede il vagone da fuori, si vedono dei visi, leggermente spinti contro le grate che schermavano quei finestrini dei carri bestiame, in cui, invece dei vitelli, al mattatoio c’eravamo noi) Ma nessuno sa cosa vuol dire, se non chi l’ha fatto e quei pochi che sono tornati a raccontare, che cos’è esser dentro il vagone, e vedere fuori: vedere fuori le stazioni (di solito deserte) e poi il paesaggio che cambia, ecco che arrivi al confine, vedi scendere i ferrovieri italiani, salire quelli austriaci e poi quelli tedeschi. E poi, come cartoline che avevamo visto d’inverno: l’Austria, prima: paesaggi civettuoli, le casette con le tendine, i camini che fumano, le chiesette, la fila dei bambini (che non sono colpevoli di essere nati, come noi) che vanno a scuola… E poi avanti, avanti, vedi sempre la neve, vedi
Mi ricordo che ad un certo punto (forse eravamo già al confine dell’Alta Slesia) ci hanno fatto scendere, a due o tre per vagone (naturalmente con le mitragliatrici puntate, i fucili puntati) per prendere dell’acqua, per vuotare il secchio: era debordato già da tempo e quell’odore spaventoso di corpi, di urina aveva invaso già da tempo il vagone. Ci hanno fatto scendere a prendere dell’acqua: mi ricordo che siamo scesi mio papà ed io e un’altra persona e abbiamo letto sul vagone “Auschwitz bei Katowitz”: era scritto col gesso, lo ricordo perfettamente. E siamo risaliti sul vagone e abbiamo detto agli altri: ”Auschwitz bei Katowitz”e qualcuno sapeva Katowitz, Auschwitz non l’avevano mai sentito nominare: era lì che il viaggio è finito.
E quel silenzio, che sempre ricordo come un viatico eccezionale per le nostre anime, di tutti (anche di quelli che sono morti, specialmente), un silenzio importante, un silenzio solenne, un silenzio ormai quasi eterno… All’arrivo le porte sono state aperte con violenza inaudita e a quel silenzio si è sostituito quel rumore, che dico sempre osceno, degli assassini intorno a noi, ma tutto era partito da qui.”.
Segnalo questo sito molto interessante dove tra l’altro si può scaricare e ascoltare brani del libro "Come insegnare l'Olocausto a scuola", in formato Mp3:

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca
I vostri nati torcano il viso da voi.
[da: Se questo è un uomo di Primo Levi]
Questa poesia non parla solo dell’esperienza dei lager, della Shoà, dell’efferato sterminio nazista; è una poesia che più in generale parla della Storia, di ciò che dovrebbe insegnarci, di ciò che di più tremendo sa essere l’uomo. Credo che il centro della poesia sia il quindicesimo verso, quel “meditate che questo è stato”; il centro di questa poesia si badi non è un “sappiate”, o un “ricordate”, ma “meditate”; è l’invito a non accettare di ricordare soltanto, o a conoscere e basta, ma a far tesoro invece di ciò che la storia, gli uomini prima di noi, hanno detto, fatto, commesso, è l’invito a meditare, a ragionare, e quindi a fare delle scelte, a dire, quando sia necessario, anche no, è l’invito a essere uomini.
Leggete ai vostri figli il racconto: "Disegna ciò che vedi" di Helga Weissowa.
Helga, bambina a Terezin, sopravvissuta al campo di sterminio di Auschwitz, inizia il suo racconto in Ceco, tradotta da una interprete.
A me piaceva disegnare anche prima, come a tutti i bambini; arrivammo lì a dicembre e il primo disegno che feci era un pupazzo di neve. Fu il mio primo disegno a Terezin, fu importante perché divise in due la mia vita e fu il mio ultimo disegno da bambina.
Proprio quello che è successo a tutti bambini entrati a Terezin: da un giorno all'altro siamo diventati adulti.

Il pupazzo di neve
Il mio primo disegno a Terezin.
Era il dicembre 1941, poco dopo il nostro arrivo a Terezin.
Pupazzo di neve sarebbe rimasto il mio ultimo disegno veramente infantile.
Spinta dalle parole di mio padre mi sentii chiamata, da quel momento in poi, a rappresentare nei miei disegni la vita quotidiana del ghetto. Queste immagini, che mi avrebbero profondamente segnato, hanno posto fine alla mia infanzia. Quasi tutti i miei disegni li ho realizzati nell’alloggio delle ragazze L410, dove avevo un posto nel piano di mezzo di un letto a castello di tre piani, proprio di fianco alla finestra, da cui vedevo la strada. Tenendo un blocco sulle ginocchia disegnavo dal mio letto tutto quello che vedevo e vivevo. Solo alcuni disegni li ho fatti all’aperto, per strada e nei cortili delle baracche. Nel trasporto verso Terezin avevo portato con me un blocco da disegno, una cassetta di acquarelli, pastelli e matite colorate. I colori mi durarono per quasi tre anni. Il prezioso blocco da disegno che avevo portato da casa era finito presto e in seguito ho usato qualsiasi tipo di carta mi fosse possibile trovare. In questo modo ho realizzato quasi 100 disegni. Accanto alle immagini che documentavano la vita quotidiana del ghetto, annotavo le mie esperienze personali.
Nelle baracche ad Auschwitz
Ad Auschwitz, dei nudi tavolacci servivano da letti.
Dieci persone dormivano su una tavola dove normalmente ci sarebbe stato posto per quattro.
C'era una sola scodella di ministra per tutti e dieci e nessun cucchiaio.

La selezione
Ad Auschwitz i prigionieri erano selezionati immediatamente all'arrivo e, in seguito, a cadenza periodica.
Era stabilito che i giovani e quelli forti avrebbero lavorato, mentre i vecchi, i deboli e i bambini erano mandati alle camere a gas.
I ragazzi sotto ai quindici anni non avevano nessuna possibilità di sopravvivere.

La marcia della morte
Alla fine della guerra alcuni campi di concentramento furono chiusi per l'avanzata del fronte alleato. I prigionieri furono trasferiti in altri campi. Erano costretti a marciare a piedi, nel freddo gelido, nella neve con abiti leggeri e senza cibo. Quelli che restavano indietro o cadevano lungo la strada venivano fucilati sul posto
Quando nel 1944 fui deportata ad Aschwitz con mia madre, tre giorni dopo la partenza di mio padre per la stessa meta, lasciai i disegni e il diario in custodia a mio zio, che li murò in una parete. I disegni sono arrivati ad oggi perché mio zio sopravvisse e tornò a prenderli una volta finita la guerra.
Dopo la guerra, come tutti quelli che sono sopravvissuti, mi sono chiesta "perché proprio io?".
La vita di ognuno di noi deve avere un senso, chi è sopravvissuto ha capito che il senso della sua vita è portare la testimonianza di ciò che ha visto e vissuto; noi lo sentiamo come un dovere.
Non c’è nessuna fotografia relativa a quei giorni, pertanto i disegni ne sono l’unico documento visivo.
Ricordare per far si che il passato non cada nell’oblio, che queste cose non si ripetano, che la storia non si ripeta.
Mi fa molto male sentire alcuni storici dire che l'Olocausto non è esistito; io ne sono una sopravvissuta, io esisto ed è esistito l'Olocausto, la shoah.
I miei disegni sono una documentazione di quello che ho vissuto, di quel che è successo, di quel che ho visto accadere ad altri.
Il mio non è solo un momento di ricordo ma è anche un momento per commemorare, per ricordare con forza.
Circa 60 anni fa quando la guerra finì noi pensavamo che fosse finita per sempre, oggi invece viviamo ancora con la minaccia di una nuova guerra e chi l'ha vissuta come l'ho vissuta io ha una paura enorme, ha paura che si possano ripetere gli orrori vissuti.
Noi cosa possiamo fare contro tale minaccia?
Io spero di poter contribuire con i miei ricordi ad un mondo di pace.
Oggi trovo un volantino di un assessore di un Comune, c'è scritto:
di Laura Brucalassi
Erano in 15.000 ne sono sopravvissuti neanche 100. Nessuno aveva più di 14 anni.
C´era una volta (e c´era davvero…) una piccola città chiamata Terezín, costruita dall´imperatore Giuseppe II verso la fine del Settecento. Nonostante le piccole dimensioni, questa città aveva due fortezze che diventarono tristemente famose intorno al 1940, quando una fu trasformata in un carcere inquisitorio della Gestapo e l´altra in un ghetto per gli ebrei che vi erano trasferiti soprattutto dalla vicina Praga, ma anche da tutta la Boemia e la Moravia. Progettata inizialmente solo per essere un campo di raccolta, Terezín venne in realtà utilizzata per il transito dei prigionieri (88.000 furono i deportati ad Auschwitz), per la loro decimazione (33.000 persone circa vi morirono) e per la propaganda. Durante le visite della Croce Rossa Internazionale, infatti, i nazisti cercavano di presentare il ghetto come luogo di lavoro sottoposto al "programma di abbellimento", mentre sul fronte interno la diffusione di documentari come Il Führer regala una città agli ebrei (realizzato appunto a Terezín) contribuiva ad alimentare il razzismo antisemita attraverso il confronto tra il presunto benessere degli ebrei e le sofferenze del popolo e dei soldati tedeschi durante la Guerra. Terezín in effetti era a suo modo un ghetto "privilegiato", in cui la produzione culturale era tollerata se non incentivata e tra le numerose creazioni artistiche che vi nacquero una delle più diffuse fu Brundibár, un´operina per bambini. Composta da Hans Krása su libretto di Adolf Hoffmeister nel 1938, fu rappresentata per la prima volta nel 1941 in forma privata (presso l´orfanotrofio maschile del ghetto di Praga), a causa dell´esclusione degli ebrei dalle attività pubbliche in seguito all´occupazione nazista della Cecoslovacchia. Lo stesso anno tutti gli abitanti del ghetto, compresi gli orfani e i musicisti, furono deportati a Terezín, dove l´opera fu rappresentata per ben cinquantacinque volte, prima con il solo accompagnamento del pianoforte, poi nella versione con tredici strumentisti appositamente rivista dall´autore. Il 23 giugno 1944, proprio in occasione di una visita della Croce Rossa, ebbe luogo l´ultima recita, dopodiché tutti i protagonisti dello spettacolo vennero deportati (e gasati) ad Auschwitz. L´opera racconta la storia di due fratelli che hanno bisogno di latte per la loro madre ammalata e, per racimolare qualche soldo, decidono di cantare per strada, chiedendo offerte, ma vengono cacciati via da un musico ambulante cattivo e prepotente di nome Brundibár. Con l´aiuto di un cane, un gatto e un passerotto, i due protagonisti si alleano con tutti i bambini del quartiere e insieme riescono a far sentire la loro meravigliosa canzone, che sarà ricompensata generosamente dai passanti. Dietro questa semplice vicenda si annidano elementari simboli di un appello alla resistenza, che, se potevano sfuggire alla censura perché espressi in lingua ceca, trovavano nel vissuto quotidiano non solo la causa, ma anche una forte risonanza emotiva: «Quando cantiamo – testimoniava uno dei protagonisti – dimentichiamo la fame, dimentichiamo dove siamo. Il canto di vittoria finale ci fa sperare che sopravviveremo». Dunque Terezín non fu solo un luogo di sofferenze, ma il terreno di una lotta caparbia per la vita, per la quale non fu secondaria l´opera degli artisti che in condizioni davvero critiche cercarono di mantenere vivi i valori dell´umanità e della bellezza, rafforzando il dovere di esistere e la volontà di sopravvivere.